Privacy Policy IL PARLARE SIRACUSANO, UNA LINGUA IN VIA DI ESTINZIONE – I Fatti Siracusa

IL PARLARE SIRACUSANO, UNA LINGUA IN VIA DI ESTINZIONE

Il parlare siracusano, una lingua in via di estinzione che sopravvive solo nella memoria di alcuni anziani. Purtroppo negli ultimi cinquant’anni un bombardamento che ci ha “AMERICANIZZATI” o, comunque, colonizzati ed ha spazzato via ogni residuo di cultura popolare e parte del nostro modo di essere.
L’idioma popolare è appena sopravvissuto nei ricordi di pochi.
Già anni fa Ignazio Buttitta ebbe a scrivere che: ” N POPULU DIVENTA POVIRU E SERVU QUANNU CI ARROBBUNU A LINGUA DUTATA DE PATTRI: È PERSU PI SEMPRI ”.
Abituato a “DIRE” con il “FARE”, nella convinzione che “bisogna operare oggi recuperando la memoria storica per poter impostare il futuro”, ho deciso di scrivere questo appunto per rivisitare le mie radici e riflettere sui passati errori. E’ vero, un popolo rimane libero se accetta le sue origini e può dire la sua se capisce che siamo tutti “OSPITI” su questa terra. Accogliendoci così come siamo e, quindi, disponibili ad accogliere, da buoni ospiti, nel rispetto delle diversità, l’altro che qui giunge, il mondo può diventare più vivibile.
Non si può amare l’altro se non amiamo noi stessi ed a proposito di amore, non credo al colpo di fulmine, all’amore a prima vista, a quello che sembra nascere da un solo sguardo assassino anche se capisco che questo può suscitare emozione e può dare inizio ad un rapporto concreto e durevole. A mio avviso l’amore è un’altra cosa anche se la parola amore è stata talmente banalizzata che ha perso il significato profondo che vorrebbe esprimere. I nostri progenitori greci usavano il termine “AGAPICO” per indicare il livello più alto di quel sentimento, associandolo al bene spassionato che può avere una madre nei confronti del figlio al quale, senza nulla chiedere in cambio, dona tutta se stessa.
Non credo nemmeno all’amore che scaturisce dai legami di sangue, o solamente perchè si nasce dallo stesso ventre o nel caso specifico perchè si nasce in un certo posto, in un paese, una città, una nazione. Non credo che si possa amare una persona o qualsiasi altra cosa senza conoscerla, frequentarla, senza penetrare nei più reconditi sentimenti di questa per apprezzarne comprendere accettare il tutto che la compone e contraddistingue.
Un amore si costruisce a partire dalle cose che ci uniscono e ci attraggono.
Nel caso di una città, la nostra città come possiamo dire di amarla veramente se non abbiamo mai camminato per i suoi vicoli, frequentato l’umanità che vive o conoscendo chi ha vissuto in quelle case se i nostri occhi hanno guardato distrattamente senza “VEDERE” le tante meraviglie che essa offre. Una città non è fatta solo di monumenti o paesaggi ma è un tutto inscindibile con le persone che vi abitano.
Proviamo ad immaginare un casa arredata perfettamente ma senza la presenza di persone che vi vivono è un deserto che strazia il cuore. Così può sentirsi chi vede l’umanità distratta che circola per una città di oggi, disordinata, frettolosa, chiusa nel suo egoismo deteriore. La città è quella che gli abitanti vogliono che sia e direi a partire dai capi famiglia, gli amministratori, collaborati da tutti indistintamente i cittadini. Si può apprezzare una cosa dopo averla “frequentata”.
Spesso sputiamo sentenze e giudichiamo solo per sentito dire dimenticando che quello che abbiamo sentito è frutto dei sentimenti o delle opinioni di chi ha detto e non la nostra convinzione e quindi ci lasciamo andare ad affermazioni gratuite che lasciano il tempo che trovano. Chi ama soffre per l’altro o l’altra perchè amore si traduce in “volere il bene dell’altro”, la sua realizzazione il suo appagamento in una continua serie di attenzioni che fortificano il rapporto affettivo. Nel rapporto dare e avere c’è già un limite al raggiungimento di obiettivi, altri e diversi dai fini egoistici che spesso animano la maggior parte di noi. Il NOME è un vocabolo col quale si chiama e si conosce cosa o persona.
Pagine intere nei dizionari illustrano il significato del termine.
Un tempo l’attribuzione del toponimo ad una via o ad una località avveniva naturalmente attraverso l’indicazione del termine usato dal popolino che l’attribuiva per le caratteristiche stesse del posto, tenendo conto delle attività che vi si svolgevano, per le caratteristiche degli abitanti, per l’esistenza di un palazzo, una fontana, un’edicola votiva, un tempio, un vespasiano, una bottega, o semplicemente la conformazione del terreno.
Era un modo convenzionale e semplice che consentiva a chiunque di sapere che con quel nome voleva indicarsi quella cosa, quella località o quel personaggio compresa la discendenza e non altro.
Così avveniva anche per i nomignoli ( soprannomi) qui chiamati “’NGIURII” .
Su Siracusa e su Ortigia in particolare è stato scritto di tutto.
Storici, viaggiatori, letterati, hanno detto la loro facendoci conoscere quello che c’era da sapere erudendoci. Sono convinto che la cultura futura non può esimersi dal tenere conto della memoria storica, cosa che non sembra appartenere a chi oggi ne avrebbe il dovere.
A proposito di toponomastica un cambiamento radicale è avvenuto in tutte le città, particolarmente nella nostra. L’idioma popolare nella toponomastica, è appena sopravvissuto nei ricordi dei più anziani, almeno in coloro che fino agli anni sessanta erano “I SARAUSANI RO SCOGGHIU”. Una caratterista del Siracusano e del suo vernacolo, che è unico e non assimilabile ad altri della Sicilia, è sempre stato quello di storpiare i nomi per portarli al proprio livello di percezione uditiva. Ciò probabilmente anche a causa dello scarso livello culturale scolastico delle classi meno abbienti di quei tempi. In ogni caso tale operazione mnemonica consentiva di associare il termine a quel luogo indicato ben definito e circoscritto. Esempio eclatante:
“A VANEDDA E PECURI” per Vicolo delle Pergole;
“A VANEDDA CIUCCULATTI” per Vicolo Zuccolà,
“A TINTURIA” per Via dei Tintori;
“NTA ZZIPPULARA” per Via Scinà.
So bene che non si potrebbe scrivere come si parla ma, così farò, allo scopo di perpetuare, per quanto possibile, la pronuncia ed i suoni in vernacolo piuttosto che riportare il modo di scrivere scolastico della lingua siciliana tramandataci da tanti illustri letterati.

Antonio Randazzo

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