Privacy Policy OGNINA E' CERTAMENTE LA PIU' BELLA DELLE LOCALITA' MARINARE SIRACUSANE – I Fatti Siracusa

OGNINA E’ CERTAMENTE LA PIU’ BELLA DELLE LOCALITA’ MARINARE SIRACUSANE

Abbiamo raccontato la triste storia d’’o Zu Pippinu d’’a Trizza, che tutti ricordano come il monumento vivente di Ognina. Ma Ognina, cos’è? Dove si trova? E perché si chiama come la fascinosa zona catanese a due passi da Piazza Europa?

Luigi Bernabò Brea, in “ La Sicilia prima dei Greci”, Milano 1958, si soffermava già a sottolineare l’importanza dei reperti archeologici di Ognina, considerando che essa aveva avuto un ruolo preminente sia nell’età preistorica, sia, per l’attività marinara e commerciale, nel periodo successivo, fino al periodo romano, e io aggiungerei anche dopo, se, qualche mio lettore, dalla memoria non eccessivamente mirandolesca, ancora ricorda, di aver sentito parlare della “Tomba del Capitano”, proprio a taglio di costa nel porticciolo, del periodo bizantino…., dove rinvenni un sarcofago che stranamente fu asportato qualche giorno dopo ch’io pubblicai la notizia sul settimanale dove per tanti anni sono stato redattore capo, se, ancora, qualche altro ricorda di aver visitato la “grotta delle bimbe incendiarie”, nella stessa zona, grotta di grandezza considerevole che adesso non si può più visitare perchè qualcuno ha recintato il terreno sotto cui si trovava e che così venne detta perchè un giorno due ragazzine che vi penetrarono per curiosità, vi appiccarono il fuoco, col pericolo di mandare in cenere le barche che i pescatori usavano conservarvi. Ma di questo parleremo in avanti.

Lo stesso esimio archeologo, che per tanti anni diresse la Sovrintendenza a Siracusa e che ora vive a Lipari, aveva individuato la Trincea di Ognina, caratteristica urbanistica di difesa come quella di contrada Stentinello, che però è meno lunga e meno profonda di quella di Ognina, e, se vogliamo, come quella che si nota nei pressi dell’Anaktoron a Pantalica.

La trincea di Ognina proprio in questi giorni a fatto parlare di sè e vi si sono recate tante persone pur non avendo nessun sentore della storia di quel sito.

Per questo credo opportuno parlarne senza però trascurare la circostanza che ne ha suggerito il riferimento. Il “ nero” di un misterioso incidente. Proprio all’imboccatura della parte affiorante della trincea, nel tratto di costa da cui si affaccia quello che i villeggianti siracusani sogliono chiamare il “Ponte dei baci Perugina” per la singolare somiglianza che quella specie di faraglione ha con la nota immagine pubblicitaria, è stata trovata incastrata una nuovissima Clio Renault bianca, precipitata nella scarpata la notte tra il 31 luglio e il primo agosto 1998. Sconosciuto il proprietario, almeno fino alla domenica, pur sapendo il numero della targa; per cui rimane sconosciuta la causa, anche se si è potuto dedurre, dalla rottura dei fari anteriori i cui frantumi si notano distintamente sulla roccia sottostante, che la vettura non sia precipitata procedendo a marcia indietro. Non sono state trovate tracce di sangue, nè documenti nè alcuna cicca di sigaretta, nè alcuna cosa che possa dare indizio di movimento improvviso, di scompostezza, di oggetti, di fazzolettini, di … bucatura, che purtroppo proprio nel piazzale circostante spesso si rinvengono, perchè meta preferita di tanti che usano appartarsi al riparo da occhi indiscreti. Potrebbe anche dedursi che a bordo non ci fosse nessuno, anche se, osservando la rottura del vetro dello sportello anteriore destro, la vettura è capovolta sulla fiancata sinistra, potrebbe ipotizzarsi che qualcuno sia uscito da quella parte: senza nemmeno procurarsi un graffio! Quando la 113 è arrivata, accompagnata proprio da me che l’avevo avvertita, constatato il fatto, è stato chiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco. Giunti, hanno dichiarato di aver già fatto il giorno prima il verbale relativo e di esser venuti solo perchè ritenevano si trattasse di un altro episodio! A noi è sembrato strano che non vi sia stato scambio di notizie tra i due enti, che cioè il rapporto fatto dai VV.FF. non si trasmetta alle Forze dell’ordine, per eventuali indagini che interessino la Giustizia. Neanche loro avevano ancora individuato il proprietario per invitarlo a farla rimuovere di sua iniziativa, visto che non costituendo la vettura un pericolo per nessuno, non di loro competenza.

In attesa che il proprietario venga rintracciato e che si faccia luce sulle cause del chiamiamolo, almeno per adesso, incidente, parliamo invece della storia di quella località, che è tra le più singolari.

Intanto cominciamo col dire che controverso è il nome esatto della stessa località: alcuni (Salvatore Ciancio “Siracusa e provincia” edizioni Dafni, Catania 1980, pag. 44, pag.75, pag. lo fanno riferire al Promontorio Longum di Tolomeo o rifacendosi a Longarino, di cui parla il Fazello, per cui lo chiamano Lognina. Vi sono altri, che invece, confrontando le caratteristiche del suggestivo sito con il nome che ad altre parte, come a Catania, vien dato a località stupende come la nostra, lo fanno derivare dal greco onirico, ciò terra di sogno e lo chiamano Onina, con la pronuncia spagnola della n, che lo fa diventare Oñina, cioè Ognina. Farebbe inoltre indirizzare a questa seconda interpretazione la pronuncia che ne hanno i nostri vecchi, ad esempio: ’i muletti ’i l’Ognina, oppure haju statu all’Ognina; per questo oramai è di accezione comune il termine Ognina anziché Lognina.

Ora, per tornare alle notizie di pertinenza archeologica, diciamo che Ognina era un centro marinaro di notevole estensione e di notevole importanza: si notano ancora tante testimonianze, tra cui i pozzetti che vi erano scavati per conservarvi l’acqua. Di tali pozzetti, scavati perfettamente circolari dall’uomo, ne troviamo ancora parecchi nell’isolotto, che un tempo isolotto non era ma lo divenne col passare dei secoli, per il fenomeno di bradisismo, che ha fatto scendere, ma a tratti appena di un metro, il tratto che lo legava alla terra ferma, vicino a dove oggi è insediata la caserma della Finanza. Quello doveva essere una specie di pontile naturale, dove attraccavano le imbarcazioni, come oggi attraccano nell’insenatura che costituisce il porticciolo, in quella specie di piccolo fiordo dove sfociava il fiume di cui ancora oggi esistono tracce anche nelle varie sorgenti che si trovano a pelo d’acqua e che i pescatori usavano fino a poco tempo addietro usare per lavare e cucinare, anche se non per bere. Le curiose vasche della tintoria. La “trincea” che circondava il nucleo abitato nei tempi molto remoti, e di cui fa cenno l’illustre archeologo, si nota ancora benissimo proprio nel tratto dove è precipitata la Clio: essa è ad una profondità di parecchi metri e ne è rimasta un buon tratto. Essa doveva essere circolare, ma, osservando quel tratto che è rimasto, che essendo solo di pochi metri in proporzione a quello che era ai suoi tempi appare quasi rettilineo, oggi non siamo in grado di stabilire se andava verso dentro o verso fuori. Se andava verso fuori, se ne deduce che l’agglomerato urbano è stato con i secoli inghiottito dal mare: lo confermerebbero gli scogli che lì affiorano in abbondanza, ad una distanza di meno di cento metri dalla costa attuale. Se invece andava verso dentro, vuol dire che ancora tutto sta sotto e chissà quali tesori di archeologia contiene… Che fosse un centro commerciale, oltre che marinaro, di una certa importanza lo dimostra anche un’altra testimonianza che Bernabò Brea non avrà notato ma che, a mio avviso, è estremamente rilevante: proprio prima di arrivare alla trincea o vallum, si notano ancora benissimo, scavate nella roccia, che è formata da agglomerato più compatto o da roccia sedimentaria, resti abbastanza consistenti di parecchie vasche enormi, perfettamente circolari come i pozzetti di cui abbiamo già detto. Dovevano essere perfettamente a tenuta stagna perchè vi si nota ancora una specie di intonaco. L’uso poteva essere duplice: alcune dovevano servire per conservarvi l’acqua che si prelevava dalle varie sorgenti che vi erano e alcune delle quali abbiamo detto essere evidenti tuttora; altre dovevano servire come tintorie; infatti vi si mettevano a macerare i vuccuna, cioè le conchiglie da cui si ricavava il colore particolare per tingere di rosso, di porpora, i vestiti. Quando marcivano, i vuccuna emanavano dapprima un liquido di un fetore insopportabile, di cui si impregnavano le vesti che si dovevano colorare; ma una volta stese al sole le vesti, si scaricavano completamente di quel fetore e assumevano l’apprezzatissima colorazione porporina che non si toglieva più, per quante lavate si potessero fare alle stoffe impregnate di quella materia cromatica. Vi è un punto, sempre in quel tratto, dove si notano benissimo le tracce d’un focolare circolare: la terra è molto diversa da quella circostante e le pietre che lo costituiscono presentano proprietà refrattarie. Probabilmente l’acqua che serviva per le vasche della tintoria venivano riscaldate. Che Ognina fosse rimasta una località marinara di considerevole importanza anche in tempi a noi più recenti, lo deduciamo anche dal fatto che nel periodo spagnolo vi venne costruita una torre di segnalazione, ’u sumafuru, di cui oggi vediamo ancora i consistenti ruderi. Era una torre di avvistamento. Chi si aggira sott’acqua nei pressi dell’isolotto, mentre stana polpi e murene o raccoglie ricci e patelle di fondo, facilmente, se ha buon occhio, può imbattersi in scogli in cui è rimasto incastrato un pezzo di anfora, come pure un pezzo di legno pietrificato dal tempo. L’episodio del finora misterioso capitombolo della Clio bianca potrebbe, dietro queste semplici nostre note, offrire anche ai numerosi bagnanti che affollano proprio quelle stupende acque, tra le più limpide che ancora vi siano, l’occasione di prestare maggiore attenzione non solo allo stupendo paesaggio che si presenta alla loro vista, ma di conoscere un pochino il tessuto storico che lo adorna. Una delle più belle canzoni dei Siracusani Singers era dedicata proprio a OGNINA: “Scogliera antica, selvaggia romita, ove scirocco si insinua, s’annida. Bianchi voli di gabbiani. Urla grigie d’onda inquieta! Un fazzoletto di sabbia luccicante, là dove il mare placa la sua folle ira e l’isolotto stringe l’orizzonte, culla di sogni su per l’onda chiara…! Ognina, sei un angolo di pace, un lembo di celeste poesia, la fantasia divaga senza briglia, là dove l’acqua a perla viva s’assomiglia…Ognina, balaustrata di chimere, quando la luna s’alza su nel ciel scivola una vela come una grande ala e a pelo d’acqua lievemente vola E naviga con quella, mentre la luna brilla, l’anima di colui che sta a guardar. Ha tante spiagge stupende Siracusa: Fontane Bianche, Terrauzza e Fanua, il Plemmirio, l’Arenella, ma certo Ognina è la più bella! Era già nota ai tempi più lontani. Ed il suo nome glielo diedero gli Elleni: vuol dire “sogno” ed è terra d’incanto; per limpidezza le sue acque sono uniche al mondo.

Arturo Messina