Privacy Policy A FINE SETTEMBRE DEL 1958 VENNE CHIUSO IL CASINO DELLA BIANCA MONTI A SIRACUSA – I Fatti Siracusa

A FINE SETTEMBRE DEL 1958 VENNE CHIUSO IL CASINO DELLA BIANCA MONTI A SIRACUSA

Rep: Nel 1958 erano in tanti ad ascoltare avidamente i coloriti resoconti degli amici più fortunati, che parlavano degli arrivi della nuova “quindicina” al casino Bianca Monti di Siracusa, descrivendo con dovizia di particolari le tornite gambe di Marcella la bolognese, le opulente natiche di Lulù la messinese, il gran seno di Wanda la barese. Sapevo ormai tutto del casino della Bianca Monti (da tutti chiamato ‘u casinu ra Biancamonte), il più noto della città, che si trovava in una palazzina a due piani nei pressi dell’attuale mercato ittico, dietro i binari della Stazione Marittima, dove esistevano due altre “case” meno conosciute, definite “popolari”, cioè frequentate dal popolino per i loro prezzi più abbordabili. In quella stradina senza asfalto, nei pressi del macello che si trovava proprio lì, la casa Bianca Monti rappresentava il meglio ilei postriboli siracusani, l’unico posto dove al primo piano, per 360 lire le puttane “più di lusso” ricevevano i rappresentanti della media borghesia, commercianti, professionisti e perfino, si diceva, qualche prete della provincia vestito “in borghese” per evitare di farsi riconoscere dagli altri clienti. Il piano terra, invece, dove si pagava 200 lire, era frequentato da chi aveva meno da spendere: operai, militari e studenti. C’erano ragazze pas-sabili, graziose ma prive di quella carica erotica che possedevano “quelle” del primo piano, facil¬mente distinguibili dalle forme e dalla tariffa.

Le ragazze avevano un certo stile e raffinatezza e indossavano biancheria di lusso, provocante e mai volgare. Questo sempre al piano superiore, dove l’amore costava 360 lire.
Qualcuna di esse possedeva anche un pizzico di cultura, con parvenze di studi superiori. Maestre mancate e qualche liceale che non era riuscita a concludere gli studi. A volte queste ragazze passavano il tempo libero leggendo i romanzi rosa del momento o i libri degli autori in voga. Più di una riuscì a fare innamorare di sé qualche giovane colpito dall’educazione e dai compiti modi di fare.

Quante storie legate a quelle case! Storie dense di romanticismo, di umanità, di amore, di speranze. Con la chiusura delle case di tolleranza finì anche un periodo di costume, che trova riscontro perfino nella nascita di Roma. Storia antica quanto l’uomo. Certamente nata con la donna e morta in Italia per mezzo di un’altra donna, la senatrice Merlin, che intese donare la libertà a coloro che non chiamò mai prostitute ma “quelle disgraziate”, ripetendo una frase ascoltata da un prete: “Sono donne che amano male, perché furono male amate”.

Dopo una battaglia parlamentare durata più di 10 anni sempre nel 1958, esattamente il 20 settembre 1958 entrò in vigore la famosa legge Merlin che disponeva l’abolizione delle “case chiuse”. Ecco cosa scrisse in proposito lo scrittore Dino Buzzati: “…c’è un altro aspetto negativo della legge Merlin che non ho visto indicare da alcuno. Essa cioè – e non ho nessuna intenzione di scherzare – ha stroncato un filone di civiltà erotica che, nell’ambito delle case chiuse, veniva trasmesso, con le parole e con l’esempio, di generazione in generazione, alimentando un’arte spesso raffinata, che temo si sia ormai dispersa per sempre.

Cosicché la Merlin può essere paragonata a quell’Erostrato che è leggenda abbia appiccato fuoco alla grande biblioteca d’Alessandria, distruggendo un immenso capitale di cultura, mai più recuperato”. Indubbiamente sui bordelli (e nei bordelli), artisti e scrittori, uomini di cultura di chiara fama scris¬sero le loro pagine più belle. Maupassant visse i suoi ultimi anni di vita amorevolmente accudito, fino alla sua tragica morte, nel più frequentato di Parigi, lo stesso dove Toulouse-Lautrec dipinse le sue più celebri opere, scegliendo le più famose e discinte donnine.
La chiusura dei bordelli in Italia fece aprire sui diversi quotidiani dell’epoca ampie dissertazio¬ni, positive o negative, sulla loro esistenza. Uscì addirittura un grosso volume “Quando l’Italia tollerava”, curato da Giancarlo Fusco ed edito da Canesi nel 1965, divenuto subito rarissimo e ricercato, con scritti di Giovanni Comisso, Italo Cremona, Mino Maccari, Ercole Patti, Mario Soldati, Vincenzo Tallarico, Cesare Zavattini, Alberto Bevilacqua e Dino Buzzati. Nessuno, però riuscì, nonostante i tantissimi tentativi, a farli riaprire: dura lex sed lex! La legge era stata varata, pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale”, e non si poteva più tornare indietro, sconfessando la legittima vittoria della senatrice socialista.

Naturalmente, fatta la legge scoperto l’inganno. E fu un inganno che costò parecchio a moltissime persone – dalle ragazze costrette a prostituirsi nelle strade, tra le dure maglie di protettori senza scrupoli, ai clienti che in strada conobbero nuove e micidiali malattie sessuali fino ai giorni nostri, all’AIDS. Allo scoccare della mezzanotte di quel fatidico giorno, quindi, si serrarono definitivamente i portoni delle case di tolleranza di tutta Italia, tra pianti disperati, nostalgici sospiri e accorati addii di tutte le “professioniste” dell’amore a pagamento.

Era stato decretato il loro destino, ancorato a una fra le più travagliate leggi italiane del dopoguerra.