Politica

STORIE TRISTI E DRAMMATICHE NELL’ISOLOTTO CHE NON C’E’

Al largo di quel tratto di mare che guarda il Passio di San Giacomo vi è uno scoglio piccolo, insignificante e, perché pusillo, a causa delle maree e delle mareggiate, proprio non si vede, tanto che qualche paranza, ignara, quando se lo trova davanti, arreca anche qualche danno all’imbarcazione. Su questo scoglio la fantasia dei siracusani, feconda e prolifica  si è sbizzarrita, andando oltre ogni limite, intessendo le storie più strane e  inverosimili. Si  intrecciano varie versioni, strane, falotiche, bizzarre, ma con un unico conduttore, tutte drammatiche e surreali.

Storie popolari che incutono tragicità ai fatti, curiosità, mistero. Racconti macabri, terrificanti, crudeli  specie quando si racconta di cuccioli di cani  gettati in mare e affidati al loro triste destino, lasciati a guaire soli al freddo nelle acque gelide, cosicché i poveri cani avrebbero trovato riparo su quel minuscolo isolotto e, senza poter trovare cibo, sarebbero morti per la fame e per gli stenti. No, il siracusano mai avrebbe osato  tanto con poveri animali indifesi, sarebbe stato troppo, troppo crudele! È più facile invece poter credere a un’altra versione, seppure tragica anch’essa, ma che sia stato piuttosto il destino, la malasorte, a voler indirizzare la ventura dello scoglio e di quegli sfortunati  pescatori protagonisti della vicenda. Il mare siciliano è sempre stato un mare ricco e pescoso, fonte di vita e ricchezza per tante persone, a tal punto da essere solcato da natanti battenti le più svariate bandiere.

Si racconta di un peschereccio mazarese, un certo “Noe’”, durante una notte di mostruosa tempesta, si trovasse proprio nelle acque prospicienti il lungomare ortigiano. Il natante oscillava tra le onde bramose e minacciose, pronto ad essere inghiottito, tra le fortissime raffiche di vento che sferzavano come scudisci. E così fu. Un’ondata violenta e improvvisa lo travolse e lo sommerse. Il peschereccio e i naviganti a bordo si trovarono inghiottiti dai vortici di acqua. Nella notte si levarono voci concitate che si disperdevano nel buio pesto. Tre erano. Annaspavano gridavano sbraitavano berciavano ma quella notte, le urla caddero nel vuoto. Nessuno poté sentire lo strazio di quelle grida. Il mare tradimentoso è, non perdona, non ha pietà e con una forza furiosa e famelica, infranse in un attimo ogni ricordo di quei tre pescatori che lottavano contro un’energia che non ammetteva perdono. Una lotta a senso unico, nel buio e nella rabbia, tra vita e morte e quella morte temuta, appariva ingombrante, incombente. Reale.

E poi quello scoglio apparve in mezzo al mare, sembrava fatto proprio per loro. Una speranza lieve si affacciò. I disgraziati si aggrapparono esausti con tutte le forze, sembrava una manna dal cielo, un’ancora di salvezza e i disperati con tutta la voce che avevano ancora in gola, continuavano a chiedere aiuto nel vano tentativo di essere uditi. E inveivano, imploravano, annaspavano, abbaiavano  come cani, come quei cani, per farsi sentire. Poverini, ma niente. Nessuno poteva udirli. Il fortunale durò giorni e poi un’onda anomala li travolse sommergendoli, travolgendoli miseramente, definitivamente. Del Noe’ fu trovato solo qualche asse di legno fradicio sparso qua e la’ e dei tre marinai, nessuno si salvò e neanche i loro corpi furono ritrovati.

Quello scoglio piccolo quasi invisibile, se non per un occhio attento e conoscitore di quel tratto di mare, racconta fatti agghiaccianti. La vena feconda dell’immaginazione dei siracusani, che non scompare davanti a quella di Tolkien o di Rowling, ha denominato quell’isolotto, lo “Scoglio dei cani” riferendosi ai fatti che lo hanno reso inconsapevolmente protagonista e con l’alta marea scompare, per poi ricomparire come se niente fosse.                                

Graziella Fortuna