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PER IL GIORNO DELLA “IORIA” S’ABBRACCIARONO FORTE DUE FAMIGLIE DELLA GIUDECCA

Tra le tante leggende che si raccontano a Siracusa riguardo le tradizioni di una volta c’era quella della “loria” Il cortile della Pace e Pasqua. Avvenne allo sciogliersi delle campane della “loria”.Tante sono le viuzze, i vicoli, i “bagghi”, i “curtigghi” che si tessono ancora oggi come una ragnatela in Ortigia, quella che era la più importante, la più grandiosa delle cinque città della Pentapoli di Syracusae prima della sua distruzione, subita dopo un lungo assedio ad opera dell’esercito romano guidato dal console Marcello il 212 prima dell’era cristiana. Prima di quella deprecabile tremenda distruzione aveva palazzi maestosi, monumenti ineguagliabili, ricchezze inestimabili, vie lunghe e ampie come autostrade. Con il trascorrere del tempo, dopo tante altre distruzioni e devastazioni, spogliazioni varie e dopo i terribili terremoti, Siracusa ebbe una ricostruzione ben più modesta: come ancora oggi, più o meno; oggi ancora di più, anche se nell’ultimo terremoto, quello del 12/12 1990, Santa Lucia, la patrona della città, l’ha protetta-almeno così dicono quelli che credono più agli eventi soprannaturali che a quelli naturali…- e tuttavia tanti di quelli che avevano gli edifici malridotti prima del terribile evento hanno avuto contributi ben consistenti senza averli chiesti prima, come se avessero ricevuto danni dal sisma, mentre sono state fermate, anzi annullate, le domande di contributo per ristrutturare la propria casa, inoltrate ben diversi anni prima del terremoto…Vi era, dunque, in Ortigia, un “curtigghiu” proprio al centro del centro, attorno al quale si aprivano quattro porte di ingresso: due appartenevano alla famiglia Vinciguerra, le altre due appartenevano alla famiglia Guerrieri. Forse da quello che succedeva in quel cortile, a chi è un attaccabrighe, quelli del luogo ancora oggi usano dire: “Chi si’ d’’u curtigghiu d’’a Jureca?” e se si assiste ad una lite tra due donne – il che non è proprio raro, ancora oggi che capiti…- si usa ancora dire che sem-brano “du’ curtigghiari d’’a Jureca”…Allora, in quel cortile che cosa succedeva? La famiglia Vinciguerra era formata dai genitori di tre figli (tutte femmine ) e dai nonni; la famiglia Guerrieri era formata dai genitori di tre figli (tutti e tre maschi) e dai nonni: tutti belli e vegeti. Il signor Vinciguerra faceva il calzolaio, come aveva fatto il padre; il signor Guerrieri, della stessa età del signor Vinciguerra, faceva, come aveva fatto il padre, il rivenditore ambulante e girava tutto il santo giorno per tutto “ ’u scogghiu” e tutta “ ’a burgata”, non andando cantando allegramente, come diceva la canzone napoletana: “Chi voli spingule, chi vo’?” ma bandizzando a voce spianata, come fa un tenore nell’acuto più acuto: “Forfici fini!… Pettini stritti!… Pettini Longhi!…”.Il signor Vinciguerra stava sempre, tutto il santo giorno in casa o, meglio, con il suo de-schetto, nel cortile; il signor Guerrieri, invece stava sempre tutto il santo giorno fuori casa per le strade; perciò mentre alla sua femminile figliolanza il primo poteva badare benissimo, ma erano tre piccole e vispe carognette, capricciosette, birbantelle, ai tre maschietti doveva badare solo la signora Guerrieri e meno male che erano tre angioletti, obbedienti, calmi, remissivi persino nei continui dispetti che loro facevano le tre irriducibili ragazzine. I risultati quali potevano essere? Che i tre angioletti che dovevano subire tutte le mara-chelle delle tre piccole vipere, non sapendo reagire-sarebbero bastati un paio di ceffoni ben distribuiti a far mettere a loro un po’ di giudizio, ricorrevano alla loro madre. E che poteva fare, poverina? Abbozza ora, inghiotti saliva dopo qualche minuto, ora esortando i suoi figlioletti a fare pazienza, ora andando a prenderli e portarli dentro per evitare complicazioni, alla fine andava lamentandosi dal coinquilino calzolaio, il quale per giunta, facendo finta di non ascoltarla, si metteva a fischiettare aumentando le picchiature del suo martello sui tacco della scarpa che teneva in mano, aspettando che la propria moglie, come era abituata a fare, si affacciasse e dicesse alla signora Guerrieri:-Chi ci voli fari? Picci-riddhi su’! E fimmineddhi, no masculi comu ’i soi!Il fatto sta che un giorno, i ragazzini -chissà che non fosse stata la loro mamma la suggeritrice- non riuscendo più a sopportarle, non risposero ritirandosi piangendo, ma, approfittando che il signor Vinciguerra era rientrato per un momento, forse per andare al bagno, indirizzarono loro un paio di schiaffi ciascuno…Apriti cielo! Pianti a dirotto! Urla da cagne infuriate mentre corrono dentro:…-Chi fu? cu’ ha statu?-“Iddhi!…’n tumpuluni all’una n’hanu ’mpicchiatu!…” E giù lacrime che grondavano come da cannalate durante un acquazzone… Esce di casa furente la signora Vinciguerra, con le mani ai fianchi:-Signura Guerrieri, accussì maleducati sunu ’i so’ figghi? Ci ansignassi l’educazzioni ’na bona vota a ’ssi malacunnutta!…-’I me’ figghi maladucati e malacunnutta? In quel momento, botta e risposta, parolacce se ne scagliarono una gragnola d’ambo le parti, a ritmo sempre più crescente. Il signor Vinciguerra riapparendo dall’altra porta vede che le due donne dalla parole sono passate ai fatti, tirandosi i capelli; nel tentativo di separarle, si busca un gran ceffone: da chi lo ricevette? Fatto sta che divenne una bestia anche lui e strappandola violentemente per un braccio dalla presa dell’altra “cuttigghiara”, la schiaffò dentro casa e chiuse la porta. Quel pomeriggio il dischetto rimase vuoto: il signor Vinciguerra rimase ore e ore tappato con la moglie dentro casa, da cui uscivano …ululati! Il peggio avvenne quando rincasò il signor Guerrieri lanciando l’ultimo “ Forfici fini! Pet-tini stritti! Pettini longhi!” e sentì quel trambusto uscire dai Vinciguerra; volle domandare alla moglie se ne sapesse la causa:-N’ âmu sciarriatu! Conoscendone il motivo, il signor Guerrieri volle chiamare il signor Vinciguerra “alla resa dei conti”, come disse chiaramente! Meno male che quello non accettò la sfida: lasciò a sua moglie che, da autentica cuttigghiara, si accapigliasse a parole con la signora Guerrieri e questa rispose… in Do maggiore alla sua provocazione: insomma, fecero a gara a chi alzasse di più la voce e scaricasse parolacce di offesa alla sua avversaria. L’indomani mattina il signor Guerrieri uscì più presto degli altri giorni a urlare per le strade “Forfici fini! Pettini Stritti! Pettini longhi!” Si capiva benissimo che, nel bandizzare, l’urlo era più acuto, più furente; e così fu per tutta la giornata. Da parte sua, i colpi di martello che sui chiodi per l’impianto dei tacchi, sbatteva il signor Vinciguerra, sembravano cannonate… Un’ora prima del rientro del signor Guerrieri prendeva dischetto e bagattelle, li metteva dentro e spariva. I ragazzini? Si facevano a vicenda, da una parte e dall’altra, le smorfie di scherno affacciandosi dalla porta e nascondendosi in fretta: un’autentica guerra fredda che da un momento all’altro poteva diventare calda, giacché le parolacce che entrambe le signore si scagliavano senza apparire, ma che si sentivano benissimo dal vicinato, erano a getto continuo. Ci fu chi si trovò ad ascoltarle mentre era andata a farsi mettere un paio di tacchi nuovi. Da buona terziaria francescana, ci rimase scandalizzata e ne volle sapere il perché. Non potè ,perciò, trattenersi dal fargli il giusto predicozzo:-Compare, lo sapete che sabato prossimo è la “loria”?La loria, per chi non lo sapesse, era un’antica tradizione cristiana: allora le campane non si scioglievano ma mezzanotte tra il sabato santo e la domenica di Pasqua, ma il mezzogiorno del sabato santo. La tradizione voleva che allo scampanio delle campane tutti si stringevano la mano, si abbracciavano, si baciavano, mentre i ragazzini saltavano dalle scalinate, quanti più gradini erano capaci di saltare, con il pericolo di rompersi la noce del collo, mentre gridavano “ scinni loria ca l’ancilu veni!”. Tutti ne approfittavano per incontrarsi con gli amici e farsi gli auguri. I ragazzi che si erano innamorati di una ragazza, si recavano nel punto esatto dove riconoscevano che quella si sarebbe trovata al momento che le campane si scioglievano, per abbracciarla e dichiararle il loro amore. Per chi aveva i conti da fare, cioè da rappacificarsi con qualcuno, non c’era circostanza migliore! E così fecero i Vinciguerra e i Guerrieri consigliati ed esortati dalla brava terziaria francescana: sette da una parte, sette dall’altra, appena sentirono i primi squilli di campana, uscirono dalla loro casa e andarono ad abbracciarsi commossi, compresi i ragazzini. I ragazzini? Non bisticciarono più, anzi più tempo passava e più si affezionavano tra di loro, tanto che quando furono adolescenti si fidanzarono e quando furono all’età giusta si sposarono. Da allora il cortile venne chiamato “ ’U curtigghiu d’’a paci” e non è più esatto, quando si vedono due bisticciare e alzare la voce, dire: -Mi pariti du’ curtigghiari d’’a Jureka”, chè lì da allora è sempre pasqua e stanno sempre in pace. A Siracusa c’è tanto la famiglia Pasqua, quanto la famiglia Pace: forse da allora? Questo proprio non lo so! So che a quei tempi ogni famiglia aveva un gnuria, un terzo nome e siccome quelli si chiamarono di Pasqua e di Pace, anche il cortile prese questo nome da loro.

Arturo Messina