CIAU CUNCETTU, NI VIREMU A JURECA

Era in macchina, ma aveva cercato un parcheggio e si era fermato. Perché quando ci incontravamo la chiacchierata era d’obbligo. Con Concetto Gilè ci eravamo seduti davanti alla chiesa di San Filippo alla Giudecca e mi aveva raccontato le ultime novità. Non era stato bene, se l’era vista brutta, si era salvato per un  soffio. “Tranquillo Concetto – gli avevo detto – non è ancora il tempo nostro. L’importante è che ci vediamo, che ci siamo, che possiamo parlare”. Lui aveva sorriso con la sua espressione dolce, con gli occhi trasparenti, con la sua faccia di autentico normanno. “Salvo, quando ti incontro m’aggiustu a iunnata”. “Pi mia iè u stissu”, avevo risposto. E poi la quotidianità, il giorno per giorno, l’amico che non faceva l’amico, “i scaluni che nun rirevano comu apprima”. Tutti i discorsi fra amici che possono parlare a ruota libera, discorsi che sembrano inconsistenti, privi di contenuto, ma che poi ricordi con sofferenza. Certo, se avessi saputo che era l’ultima volta che ci vedevamo, magari gli avrei detto cose che ho tenuto sempre per me perché ritenevo scontate. Cuncittulu miu, anche per andartene hai usato il tuo pregio migliore fra i tanti che avevi, la discrezione, il non voler disturbare nessuno, l’essere un grande siracusano per amore e sentimento per questa città, con umiltà. Sei stato il factotum di Giusto Monaco quando l’Inda è stata rifondata, nel momento topico della resistenza per restare in  vita. Eri contento di aver partecipato all’impresa del condottiero professore, contento nonostante tante immeritate amarezze. Oggi non sei più secondo le regole umane. Per me non funziona così. Ho ricordi che non dimentico e il tuo viso che non dimentico. Ni viremu a Jureca.