Privacy Policy PIPPO ANSALDI: ZONA INDUSTRIALE IN PERICOLO, SIRACUSA RISCHIA GROSSO – I Fatti Siracusa

PIPPO ANSALDI: ZONA INDUSTRIALE IN PERICOLO, SIRACUSA RISCHIA GROSSO

Pippo Ansaldi, ambientalista da sempre. Notoriamente esperto della problematica della zona industriale che ha seguito in diversi ruoli di responsabilità oltre che come osservatore qualificato. Oggi, con le sanzioni alla Russia, si rischia sul serio la chiusura di Lukoil e quindi del cuore pulsante della zona industriale?

Certo che si rischia sul serio. Devo dire che non c’è ancora una consapevolezza diffusa della criticità della situazione. Gli attori principali di questa vicenda, sindacati, forze politiche, istituzioni, confindustria dovrebbero interagire maggiormente con tutto il tessuto sociale per difendere questa risorsa, ancorchè discutibile per alcuni aspetti, ma che indubbiamente va salvaguardata, migliorata e resa sempre più compatibile con la tutela della salute e dell’ambiente. Sappiamo che si tratta della struttura portante della nostra economia e dei nostri redditi e con l’attività industriale fortemente indebolita non si può ipotizzare alcun futuro.

Ricordiamo che il polo petrolchimico assicura da decenni la maggioranza assoluta del Prodotto Interno Lordo della nostra provincia ed alza di molto il PIL dell’intera regione. Occorrerebbe che ci fosse una piena condivisione di questo dato e un coinvolgimento generale del territorio. Bisogna avere il coraggio di lasciare alle spalle la retorica consumata degli allarmismi ingiustificati e spingersi senza pregiudizi ideologici a vedere quello che resta dell’industria sopravvissuta al fenomeno della deindustrializzazione con lo sguardo rivolto alle nuove sollecitazioni della transizione energetica.

 La Cgil chiede il ritorno della mano pubblica per tutelare i 10 mila occupati dell’area industriale. E’ fattibile, ci sono i tempi visto che ancora il governo non ha accettato di dare il requisito di area complessa alla zona industriale siracusana?

Nessuno chiede il ritorno della mano pubblica in modo strutturale, come negli anni cinquanta e sessanta. Il governo sta valutando la nazionalizzazione temporanea. Lo Stato, infatti,  può  gestire,  in forma transitoria, pezzi di economia in crisi per impedire che sia condizionata in modo grave dal momento storico e dalle sanzioni (come l’embargo del petrolio russo) . La raffineria Isab è la più grande raffineria italiana con circa il 22% della capacità di raffinazione totale del nostro Paese. Le leggi esistono e lo Stato può controllare e governare un’azienda nell’interesse del paese e per pubblica utilità, e nel caso specifico non può prescindere da una improrogabile e attenta valutazione delle conseguenze che ne deriverebbero in termini economici e sociali.

La politica ad oggi ha fatto solo comunicati e annunci funebri chiedendo interventi generici e non facendo mai proposte concrete, operative pur essendo a rischio il lavoro di migliaia di persone. Ci vuole una mobilitazione come negli anni ‘90? Bisogna scendere insieme sulle strade?

Ciò si lega a quanto detto prima. A mio parere gli opinion leader e tutti i soggetti responsabili non hanno fatto tutto quello che potevano per innalzare il livello di consapevolezza. E’ incomprensibile la scarsa reattività delle istituzioni locali, di quella regionale  ma anche del governo nazionale, nonostante il grido s’allarme lanciato più volte dal sindacato per trovare soluzioni possibili.  Nei decenni passati per molto meno si sarebbe scesi in piazza più volte.

La politica e le istituzioni, inoltre, non mostrano la giusta attenzione alle richieste delle aziende industriali sul tema della transizione energetica.  Le stesse aziende da tempo sostengono che la transizione richiede, nel breve termine, risorse che allo stato non sono sostenibili, per cui si rende necessario un intervento finanziario, anche in termini di agevolazioni. Mentre per passare ad una fase completamente decarbonizzata occorre più tempo di quanto viene concesso.  Avviare con decisione questa fase assicurerebbe maggiore compatibilità alla residua attività produttiva, che non può essere trascurata nello scacchiere delle economie prevedibili della ripresa, nel rispetto del territorio e della salute.

E’ probabile che anche i fondi del PNRR dovrebbero essere più accessibili in questo contesto guardando soprattutto alle prospettive e alla future generazioni.

Un ruolo in questo potrebbero averlo i mezzi di comunicazione strumento importante del dibattito; insomma occorrerebbe alzare il livello dell’attenzione in funzione del momento storico, molto critico, che tutto il Paese sta attraversando.