Privacy Policy ELIO TOCCO: SALVIAMO QUELLO CHE RESTA DELLA CIVILTA' DI ORTIGIA – I Fatti Siracusa

ELIO TOCCO: SALVIAMO QUELLO CHE RESTA DELLA CIVILTA’ DI ORTIGIA

Il centro storico meglio conservato fra quelli siciliani è ancora oggi, e nonostante tutto, quello di Siracusa, i cui confini esattamente coincidono con quelli di Ortigia.

Centro storico meglio conservato, si diceva, non per un miracolo di isolata resipiscenza catalizzante quivi gli sforzi di conservazione, ma per il casuale combinarsi di vari fattori storico-ambientali.

Cercando di tirare un poco le somme dei precedenti discorsi sull’urbanistica siracusana, cioè di Ortigia, ricorderemo che i secoli che ne interessarono il volto furono: il Tre-Quattrocento, il Cinquecento per la realizzazione della bastionatura, e il barocco che se pur non vide qui le grandi realizzazioni palermitane, creò uno “stile” che conferì alla città un volto ancora oggi caratteristico e inconfondibile.

L’Ottocento fu prevalentemente un secolo distruttivo ma l’insieme dell’urbanistica isolana fu lasciata intatta, come intatta era rimasta per tutto il tardo Settecento. La grande contrazione economica dei secoli XVIII e XIX, infatti, non portò tanto alla realizzazione di un insieme di costruzioni, legate da uno stile, da un comune orientamento di gusto, tale da influenzare l’urbanistica d’ Ortigia nella sua globalità, quanto a sporadici interventi, tutti tessuti sopra il precedente sostrato culturale edilizio che venne lasciato intatto; e lo stesso capitò fino alla seconda decade del XX secolo.

Se l’orrendo taglio della via del Littorio non avesse distrutto tanta parte delle architetture d’Ortigia e se l’Ottocento non si fosse fatto promotore della indiscriminata corsa alla distruzione delle fortificazioni e dell’apertura della piazza Archimede, l’intera isola sarebbe del tutto intatta e costituirebbe un centro storico di notevole valore.

L’isola, prima dell’ultima ondata distruttiva, era ancora splendida nei suoi piccoli affacci barocchi, nelle teorie di balconcini dalle panciute ringhiere, negli angoli catalani dai silenziosi atri sui quali si snodavano le scale segnate dalla caratteristica risega; e splendida era ancora Ortigia per quella sua felicissima situazione di centro storico non soffocato dalla città nuova e quindi fatalmente risospinto ai suoi margini urbanistici e socio-economici; era in realtà questa la ragione ultima della sopravvivenza d’ Ortigia, quella di essere un centro urbano ancora vivo, con una sua precisa collocazione economica, non assolutamente subordinata alla presenza di un nuovo centro cittadino.

Ma tutto questo non fermò per un solo attimo la mano agli speculatori né impedì l’inizio di una irreparabile rovina.

Dopo il conflitto mondiale, che lasciò i suoi segni ben chiari, si cominciò a parlare del problema della salvezza d’Ortigia, e già da allora il termine “salvare” fu usato su due registri ben diversi; da un lato da uno sparuto gruppetto di studiosi, facenti capo per lo più a Giuseppe Agnello, che volevano salvare l’architettura e l’urbanistica dell’isola; dall’altra da tutti gli aspiranti speculatori che con l’ormai scontatissimo alibi del “risanamento” volevano fare d’ Ortigia tabula rasa per piantarvi gli squallidi escrementi cementizi della loro disonesta ignoranza.

La scelta fra i due metodi, come sempre quando si tratta di scegliere, non vi fu, e “all’italiana” si adottarono ambedue i metodi: un poco si distrusse e ciò che non venne distrutto si conservò.

L’una cosa e l’altra mentre le autorità competenti non esistevano nel problema (o invertendo i termini: perché il problema non esisteva per le autorità competenti).

Continuava intanto l’opera di quel piccolo gruppetto di studiosi volta e a sensibilizzare l’opinione pubblica e a ottenere provvidenze legislative.

Giuseppe Agnello avanzò nel 1952 la proposta per il vincolo edilizio d’Ortigia; il decreto arrivò dalla Regione siciliana sedici anni dopo. Furono quelli, probabilmente, i sedici anni peggiori dell’intera storia urbanistica di Ortigia (fatta eccezione per il possente e maschio ventennio, si capisce).

Il bottino di area fabbricabile fu notevole e chi doveva giovarsene ne approfittò con lodevole disinteresse della burocrazia e fra la totale indifferenza della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.

Qui occorrerà dire che quando si fa riferimento all’opinione pubblica si intende solo quella di Siracusa, essendo uno dei mali di cui ha sempre sofferto la città quello dell’isolamento, ed essendo rari i momenti in cui il problema di Siracusa ha potuto essere inserito in un contesto più ampio ed in un circuito di informazione nazionale.

Uno di questi rari momenti è quello attuale.

Urbanisti di fama nazionale, come Zevi o Cederna, sono scesi in campo per evitare alla città lo scempio di quella inutile, costosissima cuspide del Santuario della lagrimazione. Ovviamente i lavori di completamento iniziati nel 1987, non si sono bloccati per questo motivo.

Limitiamoci a elencare gli scempi perpetrati con lucidissima volontà, in seguito a un preciso piano di eversione edilizia che, qui come altrove, si è giovato di tutti i metodi disponibili: l’attacco diretto e demolitore; l’attacco per strangolamento; l’attacco per vecchiaia del monumento o per fatiscenza della “zona”.

Ma sono anche questi discorsi stantii, ovvi, come ovvio è il manifesto che di tanto in tanto è apparso sui muri di Siracusa, dal titolo Salviamo Ortigia, regolarmente plaudente a un totale “risanamento”, ovvero, in termini meno ipocriti, alla soluzione finale del problema urbanistico di Ortigia.

E parole inutili saranno anche quelle spese per illustrare il “valore” d’Ortigia; sarà bene chiarire che Ortigia (salva la cattedrale, il palazzo del Senato, il Montalto, il Bellomo) non è sede di una grande architettura; non vi sono né i capolavori catalano-rinascimentali del Carnelivari, né le articolate e splendide facciate barocche, né i ricami mudejar; ed è questo un dato di partenza facilmente comprensibile se si pone mente alle condizioni storico-economiche della città.

Ma è l’insieme di questa architettura, innestata su di un reticolo viario che in parte ricalca ancora quello classico (via Roma, via Maestranza, via Dione), che risiede il valore d’Ortigia; in quel suo misurato e vissuto senso urbanistico; in quella felicissima posizione i cui limiti sono i piatti scogli battuti da un mare una volta bellissimo, in quegli ombrosi atri dove il tempo pare essersi fermato, in quel ritmo urbanistico che è insieme concezione di vita e filosofia della città.

Ed è questa città, questa civiltà d’Ortigia che doveva andare salvata, e della quale oggi occorre salvare i resti.

Stendiamo un velo di pietoso silenzio sulle  truffaldine proposte avanzate per distruggere d’Ortigia anche l’odore; come quella che la voleva “tagliata in quattro grandi arterie parallele, tagliate da altrettante perpendicolari il che … toglierebbe l’incomodo delle viuzze tipo labirinto della Giudecca”. Il brano è stato riportato da un libretto del Gargallo su Ortigia e vale la pena di riportare anche il suo commento alla citata proposta: “Per chi non lo sapesse la Giudecca è l’ultima delle Giudeche … del sud spagnolo e catalano. Le grandi raggere dei portali del Quattrocento vi fiancheggiano il barocco di S. Filippo. E le quattro arterie tagliate da quattro altre? Moltiplicheremo per otto via del Littorio?( T. Gargallo).

Elio Tocco