Privacy Policy SALVO SEQUENZIA: SIRACUSA SPOGLIATA DI TUTTO, E' IL PERIODO PIU' BUIO DAL DOPOGUERRA – I Fatti Siracusa

SALVO SEQUENZIA: SIRACUSA SPOGLIATA DI TUTTO, E’ IL PERIODO PIU’ BUIO DAL DOPOGUERRA

Salvo Sequenzia, che momento storico sta vivendo Siracusa? Ci sono stati in passato altri periodi così oscuri?

Siracusa attraversa oggi un momento di grave “impasse”.

L’impressione è quella di una città “bloccata” che non riesce a riemergere dalla palude in cui soffoca malgrado gli sforzi, notevoli, da parte dei vari attori sociali: una certa politica, imprenditoria, sindacati, zona industriale, sanità, scuola, turismo, cultura…Vero è che l’impatto della pandemia e della crisi sono evidenti in gran parte delle nostre città, ma nella maggioranza dei casi, almeno, risultano evidenti gli sforzi, da parte delle istituzioni, di elaborare proposte concrete per reagire e per  uscire fuori dallo status quo, trasformando la crisi in opportunità. A Siracusa, come rilevano le recenti statistiche nazionali, il tasso di povertà continua a crescere insieme al tasso di disoccupazione e a quello di indebitamento; le aziende locali stanno lottando per sopravvivere grazie all’esiguo e sovente inadeguato sostegno del governo; il welfare locale non è in grado di proteggere le persone vulnerabili, che aumentano di giorno in giorno. Su altri fronti, Siracusa appare una città “spogliata” di tutto: Camera di Commercio, rappresentanza SAC e negli organismi territoriali che contano, etc. I nuovi Verre arrivano e si prendono ora  questo ora quello, mentre la classe politica è incapace di reagire. Mi domando: chi dovrebbero difendere un territorio se non la propria classe politica e le proprie istituzioni? Questo è il periodo più buio che Siracusa attraversa almeno dal dopoguerra.

Stiamo vedendo che nella nostra comunità non bastano sindaci giovani per cambiare e/o rilanciare il quasi default che ci fa vivere tutti sull’orlo del precipizio.

Essere giovani non è sinonimo di competenza, così come la novità spesso non corrisponde a positività. Sono, queste, equivalenze espressione di una forma di ragionamento banalizzante e semplificatorio tipico del populismo. Tuttavia, nel caso  di Siracusa, siamo di fronte a un sindaco che, sebbene giovane, preparato, formatosi  in prestigiose scuole  internazionali e sostenuto da lobbies potenti non riesce  a combinare nulla. Da un sindaco giovane e con un  “pedigree” del genere ci aspetteremmo “mirabilia”.  Invece, l’azione amministrativa, sino ad oggi, si è dimostrata appiattita a una timida e risibile gestione del contingente e dell’emergenza. L’emergenza non può costituire un alibi, né per Italia né per Draghi. Il sindaco Italia è oggi una Ferrari che va a sessanta.

Mi sovviene alla memoria un profetico e potente brano de “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij, laddove  il Grande Inquisitore afferma:« […] Piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensì dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta». Non basta fare le rivoluzioni e mandare a casa i “vecchi”: bisogna avere, soprattutto,  la forza e la capacità di portarle avanti sino alla fine. E ciò non vale soltanto per Italia. 

Se non basta la grinta e l’entusiasmo della gioventù, qual è la strada giusta per ridare speranze a tanti giovani sempre più migranti per forza?

Quando la politica è incapace di venire incontro alle attese della comunità, deve essere la comunità stessa, inevitabilmente, a reagire, pena il collasso. Mi riferisco a quel “corpo civile” che rappresenta il nocciolo duro di una comunità. A Siracusa, questo “corpo civile” esiste e sta oggi tentando timidamente di reagire. È necessario elaborare un “progetto-sistema” in grado di mutare il “destino” Siracusa attraverso alleanze virtuose fra le forze veramente vive che la città oggi esprime (la imprenditoria degli albergatori, il settore turistico, il mondo culturale, l’impresa sociale, il volontariato, etc.), consapevoli del loro ruolo e della loro responsabilità. È un impegno “destinale”, – epocale, oserei dire – difficile, periglioso, ma necessario ed ineluttabile in questo frangente storico. Troppo è stato distrutto e “destituito” nel nostro territorio; è giunto il momento di fare rifiorire un nuovo “pensiero istituente” dal quale scaturisca una progettualità polifonica che esprima il desiderio autentico e le forza della comunità civile. Questa, per Siracusa, è una scommessa decisiva.

Siracusa, senza consiglio comunale, in oggettivo deficit di democrazia, coi cittadini non informati di nulla su quello che decide una sola persona al comando.

Siracusa paga, come molte altre realtà regionali e nazionali, una situazione di delegittimazione degli istituti rappresentativi assembleari, come il consiglio comunale, scaturita da profonde e radicali scelte normative che riflettono le mutazioni intervenute, almeno negli ultimi venti anni, nella politica.

Già agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, con l’introduzione della legge regionale n. 7 del 1992, che riformava le norme di elezione di sindaco, giunta e consiglio comunale, si assiste, da un lato,  ad uno “sbilanciamento” nella proposizione dei poteri di sindaco e di consiglio comunale, e dall’altro a un impoverimento del ruolo centrale di quest’ultimo, relegato ad organo di controllo e di indirizzo. Le successive leggi elettorali introdotte nel nostro ordinamento regionale e nazionale hanno accentuato tale sbilanciamento deprimendo ancor più il ruolo del consiglio comunale, ridotto a una assemblea senza più anima politica né potere reale, mero organo di ratifica burocratica delle decisioni dell’amministrazione. Sta di fatto che un sindaco che governa senza il controllo di un consiglio comunale rappresenta un grave “vulnus” per la dialettica politica e per la democrazia.    

Le scelte del sindaco ad oggi sono le strisce ciclabili, un aggiustamento alla facciata del parcheggio Talete, due cessi costati 125mila euro al molo Sant’Antonio, uno sportello per i migranti…

Questo modo di fare politica è sintomo di un malessere diffuso in seno alla nostra società: “la presentificazione”, che consiste, da parte del politico, dare alla comunità  che amministra risposte semplici, immediate, visibili, “schiacciate a un presente” in cui può riscuotere il massimo consenso nel minor tempo possibile compiendo lo sforzo minore, piuttosto che elaborare una progettualità complessa e integrata che esigerebbe più tempo, impegno e costi ed avrebbe meno visibilità. Dà più consenso immediato e spendibile  la costruzione di un’aiola piuttosto che la costruzione di un ponte o di una scuola. Questa è la filosofia sottesa a tale forma di agire politico.  Il che equivale  a dire che un politico incapace si mette subito in sintonia con la “pancia” della gente.

Salvo Sequenzia, a Floridia come va il sindaco/ragazzino? C’è la luna di miele, ci sono frutti appetibili o…

Il neoeletto sindaco Carianni ha ereditato una città alla sbando da oltre un decennio; una città ridotta oggi al fantasma di ciò che è stata Floridia dagli anni Cinquanta agli anni Novanta – non a caso i siracusani la chiamavano «la Milano degli Iblei» per laboriosità, benessere diffuso e vivacità. In questi primi mesi di amministrazione, malgrado le esigue risorse a disposizione, la giunta Carianni sta dimostrando buona volontà e tanto impegno. Molti, tuttavia, sono i nodi da sciogliere nel futuro prossimo, soprattutto di ordine politico, in vista delle tornate elettorali amministrative  e regionali imminenti; e molti sono gli impegni e le responsabilità di cui la giunta Carianni dovrà farsi carico nei prossimi mesi in ordine alla progettualità e alla programmazione. Se è facile distruggere il passato – come dicevamo sopra – non è altrettanto facile costruire il futuro.  

Milan Kundera, in un suo  celebre romanzo, “Il libro del riso e dell’oblio”, scriveva: «I bambini non sono l’avvenire perché un giorno saranno adulti. Ma perché l’umanità si avvicina sempre di più a loro? Perché l’infanzia è l’immagine dell’avvenire». Una riflessione, comunque, va qui fatta.

Le  classi dirigenti “storiche” hanno perso il consenso degli elettori a causa della loro incapacità di affrontare i problemi di un mondo che mutava velocemente davanti ai loro occhi. Mancanza di aggiornamento, resistenze endemiche del sistema, incapacità di elaborare nuovi paradigmi epistemologici  e una nuova grammatica per interpretare ed interagire con il cambiamento, unitamente all’aumento della corruzione, hanno determinato il resto.

Oggi che gli assetti sociali e istituzionali ottocenteschi  sono definitivamente “saltati”, su questo “resto” occorre istituire una nuova enciclopedia, un nuovo linguaggio, in cui politica e comunità tornino ad allearsi e a dialogare per conseguire uno scopo comune. La politica è “un’arte”, come insegna Machiavelli, autore oggi oggetto di studi assai interessanti negli Stati Uniti, in Cina, in Giappone, in India.

La politica è arte della mediazione, conoscenza delle regole, coraggio di andare anche contro l’opinione della maggioranza, anche a costo di “bruciarsi”. L’operato di un politico, si vede alla fine della sua carriera. Soltanto alla fine, infatti, si possono fare i bilanci, di qualsiasi natura e genere essi siano.

Avrai letto di quei sindaci che flirtano con la Lega e si incontrano col segretario Minardo…

La mutevolezza e ambiguità degli scenari politici attuali, a tutti i livelli, esaltano gli individualismi e le soggettività, oltre che gli opportunismi. Fra qualche mese assisteremo all’assalto alle “corriere governative” con la Lega e  Forza Italia fra le prime in Sicilia. A Siracusa questo “assalto” sta già avvenendo, e altre manovre si profilano, in tal senso, all’orizzonte. D’Altra parte, come non leggere la recente “abiura” di Alicata delle sue dimissioni da commissario provinciale di FI?!    

Cultura. Non si muove nulla, ci sono timidi segnali o abbiamo altre cose da fare? Il Punto?

La verità è che la pandemia ha colpito un “modo antico” di fare cultura.  Conferenze, presentazioni di libri, concerti, seminari, rappresentazioni teatrali e mostre oggi, con le restrizioni anti Covid, viaggiano sul web. Anche in questo ambito, assisteremo alla fine di forme tradizionali di associazionismo e di comunicazione culturale, e sarà urgente riformulare e concepire nuove forme di produzione  di fruizione del nostro immenso patrimonio materiale e immateriale. Il passaggio da una dimensione “analogica” di fare cultura a una dimensione “digitale”, cui stiamo oggi assistendo, ha una portata epocale paragonabile al passaggio dal manoscritto al libro stampato che avvenne ne XVI secolo.

Per quanto ci riguarda siamo antichi. Non riusciamo a capire/giustificare tutti questi passaggi dei politici/politicanti da un’idea all’altra, vedi Granata da tre anni in una giunta di sinistra e tanti altri.

Nell’”affaire” Granata, “historia docet”. Agli inizi degli anni Novanta egli migrò verso i Movimenti Democratici cavalcando la storica ondata populista di movimenti come La Rete di Orlando, rivendicando il carattere movimentistico-avanguardistico-marinettiano della sua formazione. In seguito, rientrò nei ranghi. Diciamo che Granata non è “nuovo” in tal genere di pratiche alla “Tartuffe”. Ma, ormai, quella di “Tartuffe”,  è divenuta una maschera abusata della politica.

Finita la pandemia, finirà la nottata? O i problemi sono più complessi?

La pandemia oltre a rappresentare un “evento storico” destinato a incidere sulla nostra vita e a trasformare economia, politica e società, rappresenta anche un “evento mitico” che sta modificando il nostro pensiero, il nostro inconscio, ovvero modalità costitutive di  elaborazione del reale;  il nostro modo di rapportarci con lo spazio, con il tempo e con gli altri si è radicalmente modificato. Alcune cose che ritenevamo normali e scontate da fare, oggi sono impossibili da realizzare. Anche la capacità di pensare e di progettare il nostro futuro si è radicalmente trasformata. Questa notte durerà per molto tempo ancora, temo, come in un romanzo distopico di Delillo….

La parola d’ordine è resistere, parlare, e creare. La solidarietà, la parola, l’arte ci salveranno.