ECCO LA STORIA DI SANTA LUCIA, IL 13 MAGGIO DEL 1646 UNA COLOMBA..

Santa Lucia nacque a Siracusa presumibilmente tra il 280-290 d.C. da nobile famiglia il 13 dicembre, giorno a lei dedicato quale Santa protettrice di Siracusa e della vista.

Si dice che la scelta del 13 dicembre derivasse dall’essere il giorno più corto e buio dell’anno, Solstizio d’inverno, e che la Santa col suo nome, che significa “portatrice di luce”, lo rischiarasse.

La città di Siracusa è stato il primo luogo d’Europa in cui si è affermato il Cristianesimo con la venuta di S. Paolo e la presenza del vescovo S. Marziano inviato da S. Pietro ad evangelizzare l’Europa, come testimonia la scritta che campeggia all’interno della nostra cattedrale: “Ecclesia Syracusana, prima divi Petri filia et prima post Antiocheam Christo dicata”. E le conversioni al Cristianesimo coinvolsero tutta la città. Lucia cresceva in santità e saggezza e nonostante la sua giovane età era già stata promessa sposa ad un nobile, ma i suoi progetti erano ben lontani da tale soluzione.

Si racconta infatti che soffrendo la madre Eutichia da molti anni di una grave emorragia si recasse con la figlia a Catania per pregare ed ottenere la guarigione, sulla tomba di S. Agata e che questa apparisse in sogno a Lucia per profetizzarle il martirio e la sua funzione di protettrice di Siracusa così come lo era lei per Catania. Sulla via del ritorno S. Lucia confessò alla madre i suoi intenti di fare voto di castità e donare tutti i suoi averi ai poveri. Tale decisione non fu accettata dal promesso sposo che la denunziò al proconsole Pascasio il quale diede ordine di portargli davanti Lucia che, con grande fermezza, nonostante la giovane età, ribadì le sue intenzioni di servire il Signore. Contro di lei furono usate varie violenze ma nulla valse a piegarla al punto che per ucciderla fu necessario decapitarla come si addiceva alle persone di nobile stirpe. Il sacrificio della giovane martire contribuì ad accrescere la fede e a perpetrare il suo culto nel secoli.

Prima Il Corpo della Santa fu posto nel sepolcro all’interno delle Catacombe di Siracusa ma a causa delle razzie attuate dai Saraceni, il corpo della Santa fu prelevato da Siracusa nel 1040 dal generale bizantino Giorgio Maniace, e portato insieme alle spoglie di Sant’Agata a Costantinopoli per farne dono all’imperatrice Teodora. Da lì fu trafugato nel 1204 dai veneziani che conquistarono la capitale bizantina a conclusione della quarta Crociata e fu portato a Venezia dal doge Enrico Dandolo come suo bottino di guerra. Arrivate a Venezia, le spoglie della santa furono trasferite nell’isola di San Giorgio Maggiore. Nel 1279, il mare mosso capovolse le barche che si muovevano per omaggiare Lucia e da allora, morti alcuni pellegrini, si decise di trasferire le reliquie nella Chiesa di Cannaregio, che venne intitolata alla santa. In seguito, a causa della costruzione della stazione ferroviaria, nel 1861 la chiesa venne demolita, ma l’11 luglio 1860 il corpo era stato definitivamente trasferito nella vicina Chiesa di San Geremia in cui attualmente riposa, seppur i siracusani ne rivendichino fortemente la restituzione alla loro città. Nel 1955, il futuro papa Giovanni XXIII, all’epoca patriarca, cardinale Angelo Roncalli, commissionò allo scultore Minotto una maschera in argento a copertura del volto della martire per proteggerlo dalla polvere.

La città di Siracusa festeggia la sua Santa protettrice in due ricorrenze, il 13 dicembre con una solenne processione durante la quale il meraviglioso simulacro d’argento     viene trasferito dalla Cattedrale alla Basilica di S. Lucia alla Borgata, che per tradizione rappresenta il luogo del martirio,  dove sosta per una settimana prima di ritornare nella sua cappella della Cattedrale; altra festa si svolge  la prima domenica di Maggio quando viene ricordato un avvenimento miracoloso che salvò la città dalla carestia. Era il 13 maggio del 1646 e tutta la città stava invocando in Cattedrale l’aiuto della Santa quando una colomba con nel becco una spiga di grano, si posò sull’altare annunciando ai presenti l’arrivo di una nave carica di grano. Da quel giorno la prima domenica di Maggio si festeggia la ricorrenza chiamata “Festa del Patrocinio” con il lancio di colombi dalla terrazza dell’Arcivescovado alla presenza del Simulacro che viene portato dalla Cattedrale alla vicina chiesa di S. Lucia alla Badia.

Il Seppellimento di Santa Lucia è la prima opera siciliana del Caravaggio. Fuggito da Malta e “pervenuto in Siracusa fece il quadro per la Chiesa di Santa Lucia, che stà fuori alla Marina: dipinse la Santa morta col Vescovo che la benedice, e vi sono due, che scavano la terra con la pala per sepelirla” (Bellori).

La stesura fu molto rapida fra il 6 ottobre ed il 6 dicembre del 1608. Si ipotizza che fu il palermitano Giuseppe Saladino, vescovo del tempo, a commissionarla. Il Merisi, accompagnato in visita dall’erudito Mirabella diede il nome all’Orecchio di Dionisio. L’autore in omaggio al Mirabella lo raffigurò nel quadro (sopra la spalla dell’affossatore di destra). Alcuni ritengono di intravedere un autoritratto del pittore nell’uomo barbuto accostato a quello calvo che si deterge il sudore. 

L’opera è sempre stata esposta in questa Chiesa fino al 1975 e successivamente nella chiesa di Santa Lucia alla Badia.

La realizzazione del meraviglioso simulacro in argento della Santa tra i più belli in assoluto, fu affidata nel 1590 a Pietro Rizzo, argentiere palermitano della bottega di Nibilio Gagini. Sappiamo che nel 1600 la statua era già finita: erano occorse 190 libbre d’argento (oltre 80 Kg) ed era costata l’ingente somma di 5.000 scudi.  

 La Santa è raffigurata in posizione eretta, con il braccio destro proteso in avanti e reggente un piatto con gli occhi, mentre la sinistra impugna una cassa, anch’essa in argento, realizzata neipalma, simbolo del martirio ed è raffigurata in movimento come nell’atto di incedere, serena e forte, verso il Martirio.

La statua poggia su una primi decenni del 1600 ed è attribuita a Nibilio Gagini, non sulla base di prove documentali, ma per le analogie stilistiche con l’Arca di S. Giacomo di Caltagirone. E’ certo che ancora nel 1618 la cassa non era stata finita. Il grande ritardo per l’ultimazione dei lavori si può facilmente far dipendere dalle difficoltà economiche incontrate dalla città per far fronte alle notevoli spese. Finalmente l’artistica composizione giunge a Siracusa nel 1620 dove fu solennemente benedetta ed esposta ai fedeli. Nel petto del simulacro è incastonata una teca che racchiude delle reliquie di S. Lucia, che il gesuita P. Bartolomeo Petracci donò al Senato di Siracusa nel 1605.

Così lo descrive Giuseppe Agnello nell’estratto della “Rivista semestrale per l’Arte Sacra” anno V, fasc. IV e V – Luglio – Ottobre 1928:

“Un capolavoro dell’Oreficeria siciliana del sec. XVI”

“L’opera si compone di tre parti ben distinte ma collegate da un unico indirizzo artistico: la statua con lo zoccolo, la cassa, la base. La statua è alta 1,54, l’espressione piuttosto rigida della persona è appena moderata da una tenue inflessione del piede sinistro mentre il destro si allunga in senso divergente mettendo in evidenza il ginocchio sotto il groviglio delle abbondati  pieghe della veste. Una stretta cintura alla vita fa risaltare il seno ricolmo e ferma in un ampio fascio il ripiegamento del manto sorretto dal braccio sinistro mollemente abbandonato sul fianco. Il braccio destro si protende con una certa rigidità statuaria, portando una tazza argentea in cui la tradizione collocò gli occhi della vergine rinati più fulgidi dopo il sublime olocausto della sua beltà terrena. Il volto chiuso in un dolce ovale delle trecce aurate che scendono ondeggianti lungo il collo è plasmato in smalto. Il manto e la veste guarnite con gallone in lamina d’oro cesellata sono decorati a fiorame; delicata opera di bulino che conferisce all’insieme lo splendore di un drappo dovizioso.”

Elemento altamente decorativo è la “cassa” che è composta da sei pannelli che raffigurano episodi della vita della Martire. L’analisi stilistica, la forma ovale ed il successivo riadattamento, inducono gli studiosi a datare quattro dei sei pannelli al XVI sec. E’ probabile che furono riutilizzati da una precedente urna reliquiaria. La “cassa” reca sui lati i sei pannelli   di cm 44x 27, due nei lati lunghi e uno nei lati corti. E’ sorretta da quattro aquile con le ali spiegate e nel petto recano lo stemma della città. Agli angoli pilastri in argento nei quali spiccano nicchie contenenti immagini di vescovi e quattro artistici vasi di fiori che completano la decorazione. Con la sotto cassa il simulacro raggiunge l’altezza di 3,70 metri secondo i modelli statuari del ‘600 e ‘700. Il pannello frontale raffigura il seppellimento di S. Lucia ed è quasi una rilettura del quadro del Caravaggio pur con una tecnica un po’ grossolana. Vi sono introdotte lievi modifiche ma intense; l’imitazione è evidentissima nella figura giacente della Martire. Nel secondo pannello è raffigurata una scena non molto presente nell’iconografia luciana; la Santa che dispensa i suoi averi ai poveri. La presenza del cane rende più vivace la scena. Negli altri quattro pannelli la tecnica costruttiva è più vivace, presenta molte figure distribuite su piani multipli. Nel primo è raffigurato l’interrogatorio della Santa che si svolge in un’ampia piazza circondata da edifici mentre molti soldati si muovono nella scena. La figura dominante è il tiranno. In questo pannello è raffigurato il miracolo del fuoco e sulla scena si notano due schieramenti: la Santa con i suoi giustizieri da una parte e il Tiranno con i suoi seguaci dall’altra. In basso gli strumenti del martirio, ai piedi del tiranno il solito cane.

Nel pannello è riprodotto il prodigio della Santa immobile nel tentativo di essere trascinata dai buoi. Ricca di movimenti la scena è molto curata nella rappresentazione quasi scultorea dei buoi.

In questo ultimo pannello viene rappresentata la Comunione di S. Lucia. La scena è ricchissima di particolari su cui grandeggia la figura del Vescovo che somministra il pane eucaristico. Colpisce il sapiente utilizzo dello spazio in cui si addensano le varie figure.