Privacy Policy UN GRANDE MUSEO A CASSIBILE PER RICORDARE L'ARMISTIZIO E RILANCIARE LA COMUNITA' – I Fatti Siracusa

UN GRANDE MUSEO A CASSIBILE PER RICORDARE L’ARMISTIZIO E RILANCIARE LA COMUNITA’

C’è chi percorre migliaia di chilometri per venire fin qui, di proposito, in questo paese di seimila abitanti alle porte di Siracusa. E si aspetta di vedere una targa, un cippo, anche solo un cartello nel luogo in cui si è consumato quell’evento di portata mondiale descritto nei libri di storia. Ma i tanti inglesi, americani, canadesi, persino giapponesi restano delusi. Perché a ricordare che a Cassibile – “Chessibol” come lo pronunciano loro – è stato firmato l’armistizio che ha posto fine alle ostilità tra l’Italia e le Forze alleate durante l’ultimo conflitto, e che noi impropriamente chiamiamo “dell’8 settembre”, non c’è proprio nulla. Solo un monumento nella piazza, commissionato da privati allo scultore siracusano Antonio Leone e intitolato ai caduti della seconda guerra mondiale. Ma questa è un’altra storia. “Ancora oggi su Cassibile pesa la vergogna di quel tragico 8 settembre del ’43. E ingiustamente. Noi vogliamo valorizzare piuttosto il 3 settembre come fatto storico al di là di un discorso politico, di chi lo pensa come un tradimento e di chi invece come una liberazione”, spiega Paolo Romano, consigliere comunale di Siracusa. A Santa Teresa Longarini, a 3 km da Cassibile, nella tenuta di San Michele, in un campo agricolo messo a disposizione dalla baronessa Aline Grande alle Forze Anglo-americane, che ne avevano fatto il loro quartier generale, viene firmata la resa incondizionata dell’Italia agli Alleati. Sono le 17.15 del 3 settembre 1943. Nella tenda della mensa dello Stato Maggiore a sottoscrivere i dodici articoli del cosiddetto “armistizio corto” (Short Military Armistice) in tre copie, per l’Italia c’era il generale Castellano e per gli Alleati il generale Smith, presenti il generale Eisenhower e il generale Alexander. A immortalare l’evento una celebre istantanea in cui da una fessura della tenda si intravvedono gli ulivi delle “Vignazze”. Tra parentesi, l’uliveto non c’è più. E’ stato PDF created with pdfFactory trial version www.pdffactory.com sostituito da un ben più redditizio campo seminato. In realtà, nel punto in cui era stato firmato l’armistizio, gli americani avevano eretto una lapide recante l’incisione “Armistice signed here sept. 3.1943 Italy-Allies”, poi lasciata dal cuoco di Eisenhower, Johnny, come racconta la nipote di Aline, Liliana, in segno di riconoscenza alla famiglia Grande per l’ospitalità ricevuta. Il 4 giugno 1955 questa lapide viene trafugata dal giornalista palermitano Enrico De Boccard per motivi “patriottici”. Si celebra anche il processo, De Boccard viene assolto e il reato derubricato in danneggiamento. Ma della lapide non si sa più nulla. Per individuare il punto preciso dove sorgeva la tenda solo congetture. Se si arriva in macchina dalla strada statale Noto-Siracusa, sembra quasi di ripercorrere il “camera car” di un vecchio filmato in bianco e nero delle Teche Rai. Nulla è cambiato. La chiesa di San Giuseppe del 1870, la sfilza di caseggiati bassi del marchese Gutkowski che si affacciano lungo l’asse principale del paese. Solo l’arco della memorabile foto con il carro armato in mezzo, sotto una coltre di impalcature di sostegno, e un manifesto del circo a interrompere il flashback. Alfio Caruso in “Arrivano i nostri” racconta di due donne, madre e figlia, che solo nel ’52 da una foto del giornale La Sicilia riconobbero l’uomo che pregava così devotamente proprio in quella chiesa il 4 settembre del 1943: era il Presidente degli Stati Uniti, Dwight D. Eisenhower. Se ne potrebbero raccontare di aneddoti. Franco Imprescia, il presidente dell’associazione storico-culturale Kakiparis di Cassibile, nata dieci anni fa proprio per salvaguardare la memoria di questo importante evento, è geometra e anche un ottimo narratore. Conosce queste zone palmo a palmo. Fa rivivere come fosse ora lo sbarco degli alleati nella vicina spiaggia del Gelsomineto. “C’erano stati tre giorni di scirocco che non rendeva facile l’approdo. Più di cinquemila navi all’orizzonte da qui a Marzamemi, e superato Capo Passero fino a Gela e Licata. Così tante che un ragazzino all’alba del 10 luglio del ‘43, affacciatosi a vedere il mare dalla collina lassù, esclamò: «Mamma, mamma, ‘u mari fuma!». I soldati che si vedono attraversare il paese nelle foto storiche sbarcarono qui, proprio in questa spiaggia. Prima c’era anche una targa a ricordarlo, ma anche questa è sparita”. PDF created with pdfFactory trial version www.pdffactory.com L’associazione Kakiparis ogni anno, oltre a festeggiare il 3 settembre con una manifestazione, organizza un convegno. “Quando abbiamo iniziato, abbiamo subito avuto delle interrogazioni in consiglio comunale, levate di scudi, inviti al sindaco a non mettere piede a Cassibile, appelli a non contribuire alle spese per i festeggiamenti dell’anniversario dell’armistizio”, racconta Paolo Romano. Durante il periodo estivo l’associazione allestisce una mostra nella scuola elementare del paese, puntualmente sfrattata all’inizio dell’anno scolastico. Non mancano documenti, ricordi, testimonianze, cimeli. Come la copertura del tavolo dove fu firmato l’armistizio. Vi si può ancora leggere impressa la firma del generale Castellano. Firma giudicata autentica da Mario Cervi – fra i pochi giornalisti ad occuparsi dei “fatti di Cassibile” – in un reportage apparso sulle pagine del Giornale il 6 settembre 1983. “L’idea è quella di creare un Museo permanente dell’Armistizio che racconti ai giovani cosa successe in quei giorni del ’43 in questa parte della Sicilia. Io spero che le autorità politiche siciliane mi aiutino in questo progetto”. Questo il sogno della baronessa Liliana Sinatra Grande. A condividerlo il professore Nunzio Lauretta, docente di storia contemporanea all’Università Kore di Enna: “Sono passati 67 anni da quando la storia con la S maiuscola si fermò a Cassibile. Da quando per una serie di coincidenze vi si ritrovarono gli attori principali del secondo conflitto mondiale. La firma di Cassibile rappresenta la disgregazione della vecchia classe dirigente fascista e il primo segnale dell’imminente crollo dell’Asse.

Il Museo potrebbe oggi rappresentare la chiave di volta per rendere funzionale il grande evento armistiziale alla crescita e allo sviluppo della comunità locale.

Elena Sorci

Condividi questo Articolo