Privacy Policy MICIDIARIO BUTTO' LA MADRE NEL BARATRO. PENTITO FECE L'EREMITA E DIVENTO' SANTO – I Fatti Siracusa

MICIDIARIO BUTTO’ LA MADRE NEL BARATRO. PENTITO FECE L’EREMITA E DIVENTO’ SANTO

Parecchi santi, che sono morti e si venerano in modo particolare nel nostro territorio, non sono nati nella provincia di Siracusa.Vi sono giunti e vi si sono stabiliti e vi si sono stabiliti a condurre vita da eremiti, di preghiera e penitenza, lasciando il loro paese per i motivi più imprevisti e imprevedibili. San Corrado Confalonieri, ad esempio, non era, certo, nato nella provincia di Siracusa ma di Piacenza, nel 1290; vi giunse dal continente e si rifugiò in quella grotta, dove poi sorse il santuario fuori Noto, per sottrarsi alla Giustizia o alla faida, per avere commesso un grave reato: si racconta che per snidare la selvaggina, avesse incendiato un bosco, provocando un grave danno ai proprietari, che pretesero il risarcimento; ma il Governatore di Piacenza (anche allora vi erano i raccomandati …) riuscì a fare condannare un innocente al posto di Corrado, che però ebbe una crisi di spirito e si autoaccusò chiedendo perdono e cambiando vita. La storia di Santa Lucia della Mendola, o di Mende, che venne da Roma per rifugiarsi nelle campagne tra Palazzolo e Noto, è ancora più oscura. Una leggenda dice che fosse stata accusata dal figlio Geminiano presso l’imperatore perché era cristiana; ma poi il figlio stesso, essendosi pentito e convertito, fosse fuggito con la madre dalla capitale per sottrarsi alla persecuzione. Altra leggenda, che riporta anche Padre Giacinto Leone nella sua Selva, racconta che Lucia e Geminiano (da gemini, che vuol dire fratelli) fossero fratello e sorella, entrambi cristiani, che, per sottrarsi alla persecuzione, da Roma fossero fuggiti con settanta compagni e fossero giunti prima a Taormina, quindi nelle campagne tra Noto e Palazzolo. Qui giunti, però, non avrebbero trovato la sperata salvezza, perché tutti sarebbero stati presi e trucidati. Sul luogo del martirio sorse quella grande abbazia che insigni storici come il Fazello e Rocco Pirro sostengono che fosse la più importante della Sicilia orientale, tanto che l’abate aveva il privilegio di coniar moneta e sedersi in Concistoro. Alcuni sostengono addirittura che Santa Lucia la Mendola avesse goduto più devozione della stessa santa Lucia di Siracusa, se non la stessa ….Un eremita dei nostri giorni è stato un prete giornalista belga, padre Ugo, che venne a vivere solitario per una diecina d’anni in una grotta non molto distante da quella dove visse san Corrado e dove rimangono i resti dell’antica abbazia di Santa Lucia La Mendola; però due anni addietro preferì abbandonare quell’antro che da grotta di eremita si era man mano, per la devozione dei fedeli e per la curio-sità di troppa gente, trasformata in una specie di canonica frequentatissima, per cui il buon reverendo preferì trasferirsi in un’altra località, ignota. Anche il venerabile eremita che visse nel 1600 nella grotta che poi per la devozione dei fedeli è diventata Grotta Santa, su cui sorge la parrocchia dell’Addolorata, a Siracusa, proveniva dal continente: suo padre giunse ad Augusta e si chiamava Bianchi, ma si sa che i cognomi al nord sono al plurale mentre al sud diventano al singolare, per cui egli venne chiamato Bianca e per giunta con il soprannome di Veneziano, appunto perché il padre veniva da Venezia. Una storia meno nota è quella di Valeria, il cui ipogeo è a pochi chilometri da Palazzolo, in contrada “Saracini”. Il prof. Di Stefano, che ha scritto un libro intitolato appunto “L’ipogeo di Valeria”, sostiene che probabilmente era della nobile fami-glia romana dei Valeri o dei Clodi. Essa visse con altre sue sante compagne in quella grotta dove in un primo tempo, dopo la morte, venne sepolta; ma poi le venne fatto un artistico sarcofago che fu portato a Siracusa, nelle catacombe: potrebbe essere quello che costituisce uno dei pezzi più belli del museo. A riprova che il corpo di Valeria fosse stato portato altrove, il Di Stefano afferma che né dentro l’ipogeo né nei dintorni di esso è stata trovata qualche traccia di scheletro.Meno ancora si conosce la storia di San Micidiario, il santo che si dice sia vissuto da eremita in una delle numerose grotte che costituiscono una delle attra-zioni maggiori di quella che è appunto la necropoli di Pantalica, vicino Sortino, la più vasta, con oltre cinquemila tombe, e la più importante dell’Europa, che tanti turisti vengono a visitare da tutte le parti del mondo.Micidiario, dunque, soldato veramente micidiale: si dice che fosse un terribile con-dottiero mercenario, avido di ricchezze. Però c’è una curiosa leggenda che mi è sta-ta raccontata da un vecchietto sortinese, che per la prima volta mi ha accompagna-to a visitarla, tanti anni addietro.Forse la radice del nome ha dato lo spunto a ciò che si racconta: infatti la parola micidiario si fa accostare alla parola micidiale, che viene da micidiale,cioè che dà morte. Probabilmente anche per Maniace sarà stata la stessa etimologia della parola a farlo passare nella storia come un grandissimo condottiero bizantino, ma “mania-co”, nel senso che dove arrivava faceva strage di nemici, senza risparmiare nessuno.

E così si racconta che avesse fatto quando riuscì ad espugnare Siracusa, anche se l’Imperatrice di Bisanzio gli aveva raccomandato prudenza e clemenza, per cui ci fu chi gli fece la spia presso di lei. Il suo luogotenente, che non era riuscito a dissuaderlo dal fare … il mania-co, ossia il terribile scannatore dei nemici, lo avvertì che appena metteva piede a Bisanzio, l’imperatrice lo avrebbe punito severamente. Però gli consigliò pure il modo di placare l’ira della sovrana: siccome stava per realizzare il museo dei santi, l’avrebbe resa felice se gli avesse portato il corpo di Santa Lucia.Il terribile e … maniaco Maniace era tutt’altro che grullo, perciò gli rispose che quella proposta era una bufala, perché gli Arabi che avevano assalito e conqui-stato la città, avevano fatto scempio anche nelle catacombe . Al che l’astuto luogo-tenente ebbe a dirgli:“Tu sei il più forte, carissimo Maniace, ma non il più intelligente; lo devi ammette-re! Basta che tu fai prendere uno dei tanti cadaveri di cristianache ancora si tro-vano nelle catacombe … Lo fai vestire con abiti del tempo, che non ti sarà difficile farti procurare … E il gioco è fatto!Il maniaco Maniace così fece e … la fece franca!Micidiario doveva essere una specie di maniaco come Maniace: solo che la sua ma-nia era per le ricchezze: dovunque lo chiamavano a combattere egli ci andava e siccome era, appunto, molto avido di denaro, non solo richiedeva una consistente mercede, dato che era veramente valoroso e forte quanto altro mai, ma si dava so-prattutto al più spietato saccheggio del vinto.Chiunque osava affrontarlo, perciò, si poteva considerare non solo sconfitto, ma spogliato dalla testa ai piedi! Non solo ci rimetteva la vita ma anche tutto quello che aveva addosso, perché il terribile Micidiario, dopo di averlo ucciso procedeva alla più totale espoliazione e si appropriava di tutto ciò che quello aveva addosso.

73In combattimento si sceglieva gli avversari che gli sembravano i più forti, ma so-prattutto più nobili, più adorni di eleganti e ricche armature, di cui si appropriava meticolosamente dopo di averli disarcionati e scannati!

Quando con il suo esercito conquistava una città, la saccheggiava barbaramente. Non solo si accaniva contro i guerrieri nemici, uccidendoli senza pietà, ma entrava nelle case e massacrava vecchi e bambini, uomini e donne, per portar via tutto quello che gli capitasse tra le mani.Micidiario, tanto era valoroso e forte, quanto era crudele; tanto era avido di ricchezze e tanto più si arricchiva, tanto più diventava avaro, spilorcio.Perciò tutto quello che riusciva ad arraffare, lo andava ad accumulare na-scostamente in una grotta molto lontana dalla città: coppe d’oro e d’argento, cesel-larmi con diamanti, smeraldi zaffiri, e altre pietre rarissime … collane, braccialet-ti, orecchini, fibule di metallo prezioso … abiti delle stoffe più rare, riccamente ri-camati … e armi d’ogni tipo tra le più belle …. Quintali di monete di grande valo-re: un vero tesoro, di fronte al quale era niente quello che si diceva fosse nascosto in un punto segreto del vicino “trono del signore”, l’anaktoron, al centro della ne-cropoli di Pantalica.Il luogo dove teneva accumulato tutto quel ben dik Dio, che alcuni chiamano anche sterco del diavolo, era inaccessibile, sperduto in mezzo a tante montagne che sem-bravano gruviere, tanto erano spertugiate da mille e mille antriMa quello dove Micidiario teneva nascosto il suo immenso tesoro, da una parte si affacciava anche su un profondissimo baratro, che faceva addirittura ter-rore il solo sporgervisi!Temendo, comunque, che dalla parte meno aspra potesse penetrarvi qualche teme-rario ladro, aveva posto a guardia tre grossi mastini che facevano accapponare la pelle, non diciamo al sentirli abbaiare come diavoli, ma al solo scorgerli da lontano ….Come punì i tristi manigoldiChe avevano osato penetrare nella grottaNe aveva fatto le spese una combriccola di tre o quattro manigoldi.Eppure erano stati molto astuti se, per eliminare la sorveglianza dei mastini, ave-vano offerto loro della carne ben condita di veleno …. Ma il destino crudele aveva voluto che Micidiario si fosse trovato a tornare mentre quelli erano ancora dentro i vari vani della spelonca, a fare man bassa del tesoro, metterne buon parte nei sac-chi e caricarla sui muli che avevano lasciato davanti l’ingresso: erano stati quelli, infatti, a fare insospettire ‘l’astutissimo e terribile Micidiario, che li aveva scorti da lontano, da dove l’ingresso della grotta si scorgeva appena! E’ proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non fa i coperchi!….Una volta tornato indietro e avvicinatosi alquanto alla grotta, scorse, oltre ai muri, i poveri mastini stesi a pancia all’aria che si dimenavano negli ultimi ran-toli della terribile morte, intuì subito che i mariuoli erano ancora dentro: sguainata la tremenda spada, sorprenderli mentre erano chini sotto il peso dei sacchi carichi che stavano per trascinare fuori, fu per lui un giochetto.E per disfarsene, che fece? Ad uno ad unop ne gettò il cadavere dalla grossa fessura che illuminava l’ambiente e si affacciava a quel precipizio. Nessuno si azzardava a passare da quelle parti, cosicché nessuno ne seppe mai niente …L’indomani a guardia della grotta si procurò degli altri mastini ancor più feroci dei primi, che però erano stati addestrati a non accettare nulla dalle persone estranee. Un’altra volta un pastore che per sua sfortuna non conosceva quei luoghi e si trovò a passare per caso da quelle parti, giunto nelle vicinanze della grotta con il suo gregge, si vide venire addosso quelle bestiacce terribili più del loro padrone, che assalirono le povere pecore e ne dilaniarono tante: egli riuscì a sottrarsi alla lo-ro furia facendo appena in tempo ad arrampicarsi sulla cima di un alto albero e li dovette rimanere ore e ore, con il terrore che iferoci mastini, che l’avevano scoperto e tentavano di salire fino a lui per fargli fare la stessa fine che aveva fatto gran parte del suo povero gregge, fino a quando i cagnacci non sentirono da lontano l’arrivo del loro padrone e ritornarono alla grotta a fargli festa come se nulla fosse stato!

La sua bestialità era giunta a un punto tale che un giorno, durante un saccheggio, penetrato nel palazzo di un ricco signore, dopo di avere ucciso barbaramente tutti quelli che non erano riusciti a scappare prima che egli giungesse o mentre gli faceva strage dei primi malcapitati, vide una vecchia signora, la nobildonna, padrona di casa. Ancora seduta, perché paralitica, la povera vecchietta era stata abbandona-ta dalla servitù e dal marito; la giovane figlia mentre fuggiva dalla stanza doc’era con la madre, dalla parte opposta vide arrivare quella belva e fu testimone della sua animalesca crudeltà: avendo egli notato che la vecchia nobildonna era ornata di una splendida collana di perle da cui pendeva un grosso crocefisso d’oro, volle strappargliela dal collo, tra le grida disperate della sventurata donna; non riu-scendo a fargliela uscire dal collo, con un colpo di spada le spiccò la testa e se ne impadronì, dopo di aver buttato via con dispetto il crocefisso! Allora la figliola terrorizzata, mentre scappava a tutta corsa, gli gridò:. La stessa fine dovrà fare tua madre, scellerato! E la profezia della ragazza non mancò molto ad avverarsi ora avvenne che Micidiario, oltre ad essere un sommo e imbattibile eroe in battaglia, per quanto crudele, era anche un sommo e imbattibile bevitore in pace e quando c’era da fare baldoria non c’era uomo più sciampagnino di lui.

Certo che, essendo un uomo di stazza gigantesca, prima che diventasse brillo, non diciamo che ci voleva un intero barile di ottimo vino e di “alto grado”, mai annacquato, si capisce, ché egli soleva dire che l’acqua va alle spalle, fa male ai polmoni, ma diecine e diecine di bicchieri, di coppe, di brocche, di cannate, sì!….Ma certe volte, specialmente dopo un combattimento vittorioso, quando si metteva in allegria, in euforia, alzava tanto il gomito che la testa gli andava in fu-mi, in dense nuvole gli si annebbiava la vista e arrivava al punto di non connettere più. Ma guai a chi avesse osato dirgli che era brillo o addirittura si fosse azzardato, per scherzo, a volerlo canzonare in quella circostanza! Diventava selvaggio, furioso, tremendo: con un pugno era capace di fracassare un cranio, anche se fosse stato di … calabrese!E fu così che,dopo la crapula, in piena sbornia, invece di andare a disten-dersi nel letto per fare una pennichella e consentire ai fumi di svaporare dal suo cervello, volle andare a depositare alla sua banca, pardon! Alla sua grotta, il frutto di quel saccheggio Non l’avesse mai fatto!La madre, una pia donna cristiana, tutto al contrario di quel figlio snatura-to –e poi dicono che i maschi matrizzano e le femmine matrizzano!-avendo saputo della battaglia e non avendolo visto tornare a casa, si disse: “Sicuramente saràan-dato a depositare il bottino nella solita grotta, se anche questa volta, come spero, è riuscito vincitore! Chiamò il suo scudiero e gli disse: “Portami dove tu sai che mio figlio va a nascondere il sujo tesoro; ho un brutto presentimento! Voglio andare a vederlo!”Lo scudiero ubbidì e, subito sellato il suo cavallo, la face montare di dietro e via di corsa.Era un pomeriggio tiepido di primavera avanzata. La campagna, tutta scre-ziata di fiorellini variopinti, ora sembrava, con le sue colline, un mare verde dagli enormi cavalloni rimasti improvvisamente immobili, ora, con i suoi pianori tap-pezzati di flessuoso verde, uno stagno fantastico dalle acque di cristallo vivo, che ti davamo l’impressione di un enorme tappeto. Il destriero correva veloce e in poche ore portò la padrona e lo scudiero davanti alla grotta;Quando i feroci mastini li videro arrivare, prima si alzarono di scatto po-nendosi in allarme, pronti ad avventarsi su di loro; quando però i due ospiti furono più vicini, li riconobbero e si andarono ad accucciare tranquilli al loro posto.“Micidiario!… Micidiario!” cominciò a chiamare la madre mentre si avvicinava all’ingresso della spelonca, dove penetrava poca luce. Superatolo, rendendosi con-to, nel vedere il suo corsiero legato ad un angolo, che egli doveva essere dentro, chiamò ancora il figlio: -Micidiario? Sei qui? Ti senti bene?” Continuando sempre a chiamarlo e addentrandosi sempre più all’interno della grotta, giunse dove si trovavano ammucchiati un po’ dappertutto senza alcun ordine, le innumerevoli spoglie dei saccheggi da lui effettuati. E siccome non si sentiva rispondere, sempre più in fondo si inoltrava, seguita dal suo scudiero, continuando a chiamarlo e pre-occupandosi sempre più che qualcosa gli fosse successo.Tutto d’un tratto sentì urlare con una voce di tuono che-povera donna e povero scudiero!-li fece trasalire

76“Chi è là, briganti? … Chi osa penetrare nel mo regno e derubarmi?” an-dava urlando come un forsennato, come il demonio Caronte che stesse sfogando la sua tremenda ira sulle povere anime condannate all’inferno, Sembrava più gigan-tesco del solito, come una montagna che avanzava barcollando, con la bava che gli usciva copiosa dalla bocca e gli scolava lungo la lunga e ispida barba, che si andava asciugando con il dorso d’una enorme mano che sembrava una pala di forno … Gli occhi stralunati, quasi fuori delle orbite, pareva sputassero lampi di fuoco: erano i fumi della Grandissima sbornia, che del resto ulteriormente accresceva, visto che teneva an-cora in mano una enorme coppa che pareva un secchio, anzi un’acquasantiera …“Sono io, tua madre!” Ebbe appena il tempo di dire la poveretta donna, mentre lo scudiero, avendo fiutato odor di tempesta, aveva fatto in tempo a darsela a gambe, che quella ferocissima belva, che nulla aveva di umano in quel momento, la colpì violentemente alla testa con quella enorme coppa d’oro, da farle schizzare via le cervella, che si mischiarono al vino …“Vi insegno io a venire a disturbarmi, a derubarmi, canaglie!” Mentre quella stramazzava a terra, il bestiale mercenario corse ad inseguire lo scudiero, il quale, però, aveva già fatto in tempo a cavalcare il destriero e a fuggire a tutto gas. Il pentimento di Micidiario e la sua vita da eremita. Micidiario tornò indietro furente, Sollevò come un fuscello il cadavere della povera donna, e giù … Patapùffete! Le fece fare un balzo nel precipizio:“Ora vediamo se mi lascerete stare un po’ in pace, tranquillo!….-si disse. E andò a sdraiarsi di nuovo in fondo al vano, da dove entravano di traverso, ancora abbastanza luminosi, i raggi del sole. Non stette in quella posizione,, rivolto verso la parete dell’antro, nemmeno mezz’ora quando, girandosi dall’altro fianco, i suoi occhi, un po’ meno annebbiati, gli si andarono a posare su qualcosa che luccicava a pochi passi dall’apertura che dava sul baratro. Quale fu la sua costernazione quando, alzatosi dal giaciglio e, avvicinatosi all’oggetto che luccicava, riconobbe la fibbia d’oro di una delle scarpe che da poco aveva donato alla madre! Si affacciò dall’apertura con il cuore che gli impazziva nel petto: da lassù si scorgeva solamente un puntino, tanta era l’altezza! Impossibile scendervi a piedi. Fare tutto il giro della montagna e trovare un punto meno ripido per arrivarvi? Ci volevano delle ore e vi sarebbe, quindi, arrivato al buio! Preferì quindi prendere il suo baio e andare ad accertarsi in città, che la sua madre fosse in casa.

Come un folle, spronando il destriero con gli speroni fino a fargli sanguinare i fianchi, giunse ansimante alle prime case dell’abitato quando già si erano acce-si i lampioni ad olio, attraversò la piazza, passò accanto ai tavolini dove parecchi erano seduti a giocare con le carte, al lume di candela, travolgendone alcuni che parve si fosse scatenato un fulmine all’improvviso …Giunse alla casa della madre, scese da cavallo e senza nemmeno curarsi di legarlo al solito anello, accanto alla stalla, aprì la porta, salì con il fiato alla gola, saltando due alla volta i gradini della scala che portava al piano superiore, dove pensava di trovare la madre, seduta ad aspettarlo …-Pietà!…Pietà! –sentì esclamare implorando dalla scudiero che, avendo udito il rumore, si era affacciato alla porta e si era già messo in ginocchio, pensando alla fine che gli avrebbe fatto fare quel satanico padrone, che riteneva fosse diventato folle. “Alzati, amico!-si sentì invece dire da Micidiario, con una voce che mai egli aveva mai sentito uscire da quella bocca di fuoco, che mettendogli affettuosamente una mano sulla spalla, continuò a pronunziare parole da lui mai prima ascoltate-Perdono!… Perdonatemi tutti quanti, carissimi fratelli!” Nel mentre aprì delicatamente la porta della stanza della madre, chiamandola con un filo di voce. Nella stanza non trovò la madre ma tante persone che al vederlo fecero un balzo di spavento; ma egli li rassicurò dicendo con voce ancor più sommessa, tra i singhiozzi: “State calmi, amici! Non sono più Micidiario, il Micidiario di prima! Preso dal vino, o forse posseduto in quel momento da uno spirito maligno, non ho riconosciuto mia madre che era venuta a trovarmi nella grotta e l’ho buttata nel baratro, dopo di averla uccisa!”Lo scudiero aveva raccontato tutto agli amici e questi si erano radunati proprio nella casa della madre per decidere sul da farsi. Egli, con il volto completamente trasformato e sempre con le lacrime agli occhi disse: “La dove io l’ho uccisa, là voglio fare penitenza!” Così dicendo si mise umilmente in ginocchio davanti a tutti gli astanti vivamente commossi; poi soggiunse: “Venite con me tutti nella grotta; prendetevi tutto quello che possiedo, il mio tesoro, e distribuitelo ai poveri!” Le persone rimasero allibite, interdette: prima stavano per decidere tutti di accusarlo alla Giustizia per farlo punire severamente, come meritava; al sentire quelle sue parole si resero conto che non vi sarebbe stata prigione più tetra di quella che aveva scelto lui per fare penitenza per tutto il resto della sua vita e decisero di ac-consentire alla sua tremenda decisione.

Fu così che egli, dopo di aver donato tutte le sue ricchezze ai poveri, andò a vivere da eremita, con il poco pane e la poca acqua che il fedele scudiero gli portava. Poi anch’egli l’abbandonò e se non fosse stato per la pietà di qualche pastore, che ogni tanto portava al pascolo da quelle parti il gregge, senza più il terrore di essere assalito dai terribili mastini, sarebbe morto di inedia. A poco a poco la fama della sua santità si diffuse così ampiamente che sempre più numerosi furono i devoti che venivano a pregarlo che intercedesse per loro presso il Signore, per ricevere la grazia che ognuno sperava di ottenere tramite la sua intercessione. La leggenda racconta, infatti, che molti erano i prodigi che avvenivano per sua intercessione, anche dopo la sua morte, la quale avvenne quando egli era quasi centenario, tanto che la gente del luogo soleva dire a chi compiva il compleanno: -Auguri di diventare centenario come san Micidiario!” E c’è ancora chi crede che, se uno si affaccia da quella apertura e guarda al fondo del precipizio mentre esprime il proprio desiderio, esso si avvera. Ma ce ne vuol di coraggio ad affacciarvisi e a guardare sotto, senza che gli vengano i capogiri! Per questo da diversi anni da quella feritoia naturale non si può più affacciare perché vi sono state messe le sbarre!

Arturo Messina