Privacy Policy LA CHIESETTA RUPESTRE DI SANTA PANAGIA, UN'ALTRA MERAVIGLIA SIRACUSANA – I Fatti Siracusa

LA CHIESETTA RUPESTRE DI SANTA PANAGIA, UN’ALTRA MERAVIGLIA SIRACUSANA

Continuando il nostro itinerario attraverso le meraviglie, le curiosità, le leggende e gli angoli più suggestivi del territorio aretuseo, ci trasferiamo alla periferia della città, nella famosa tonnara di Santa Panagia. L’argomento parrebbe cadere a proposito, visto che proprio in questi giorni sono stati ripresi i lavori di restauro dell’imponente costruzione con l’intento di realizzarvi il Museo del mare.

Ma non è della tonnara che qui parleremo, giacchè oltre ad avere scritto un libro e averne ricavato un documentario in TVS, molti articoli abbiamo pubblicato sullo stesso argomento. Diremo invece perchè quella tonnara e quindi tutta quella zona a nord di Siracusa si chiama Santa Panagia. Chi conosce il greco sa che pan (pan) vuol dire tutto

(al neutro ) e che ’agios (’agios) significa santo, puro; per cui panagia, rivolto alla Madonna significa tutta santa, cioè piena di grazie, così come si recita nell’Ave Maria. Tra le tante attribuzioni che ha la Madre di Gesù c’è proprio quella di Madonna delle grazie, nel senso sia di tutta santa sia di Colei per la cui intercessione otteniamo le grazie.

In questo secondo significato viene venerata soprattutto dalla gente di mare, perchè essi nell’affrontare i pericoli delle tempeste durante la pesca, sono stati sempre soliti rivolgersi alla Madonna per essere da Lei protetti e potere ritornare a casa sani e salvi. L’invocazione più comune in Sicilia è appunto, nel momento dell’improvviso

pericolo:

Bedda Matri santissima! Or dunque, tanti sono i sacelli, le chiesette rupestri, che, fin dal periodo più antico, i cristiani costruirono anche nel territorio di Siracusa e che ancora

oggi ci è dato ammirare. Ma di tanti non abbiamo più tracce.

E del sacello paleocristiano ricavato dalla grotta esistente nella balza che sovrasta la baia della tonnara di Santa Panagia si era perduta la memoria.

Sì, è vero che già molti anni addietro ne era stata data notizia in una sede molto

autorevole, quale “ I rendiconti della Pontificia Accademia di Archeologia”; ma i tonnaroti, i pescatori di Santa Panagia non erano certo assidui lettori di notizie storiche specialistiche. Certo che la conoscevano, eccome! Ma per loro era semplicemente una grotta dove potevano conservare le loro nasse nel periodo di… tregua. Per tutti era solo

’a ’rutta d’’e nassari.

La trappole per i pesci:

le nasse di giunco o di vimine

Le nasse, in gergo locale, non sono, però, quella specie di gabbie di legno dove le nostre nonne, nei paesi, tenevano le galline, davanti alla porta di casa….

Sono quelle speciali attrezzature che si calano a mare di modesta profondità con qualche esca particolare, come granchi pestati iricci appena aperti—per non fare spappolare subito i gustosissimi spicchi di uova, a raggiera—per catturare polipi, aragoste, “cicale” ed

altre specie di animali marini che si cimentano ad entrare in quelle strane trappole fatte di giunco. Del resto al tre grotte si trovano nelle vicinanze, una addirittura a pelo d’acqua proprio all’ingresso della piccola baia, a sinistra venendo dal mare, che un tempo doveva possedere anche una banchina per l’attracco delle barche, se all’inizio dell’insenatura e sulla battigia si notano ancora blocchi ben squadrati, in uno dei quali si nota molto chiaramente l’incavatura dell’anello, della vùccula,

alla quale veniva legata la corda dell’imbarcazione. Poi, con i secoli, la furia delle onde dovette mangiucchiarsi a poco a poco la banchina e così le imbarcazioni vennero poste alla secca nella radura.

Fino a pochi anni addietro si notavano i resti delle muciare, delle chiatte, dei pesanti scieri, i barconi insomma delle varie specie di imbarcazioni che si usavano, ciascuna con la propria funzione specifica, durante la mattanza.

La canzone che ricorda

la scena della Mattanza

A questo punto è commovente ricordare quella che era forse la scena più drammatica di tutta l’attività ittica, pescatoria: la mattanza, ossia la cruenta scena della pesca del tonno, quando tutti gli sguardi e l’attività degli uomini della tonnara erano rivolti alla camera della morte. Terribile la critica amara al padrone, cui non interessa se vi è stata qualche disgrazia durante la mattanza, perchè a lui interessa solo una buona quantità di pescato!|

La descrizione del

piccolo santuario

Ancora oggi quella radura appare come una specie di spiazzo. E lì dovevano mettersi i numerosi fedeli per assistere alla celebrazione del rito sacro,

della Messa, mentre il sacerdote celebrava nella microchiesa paleocristiana.

I primi fedeli non assistevano stando dentro il luogo sacro; per questo esso veniva costruito in un luogo bene esposto, sollevato, come in questa balza, affinché tutti, stando al di fuori, potessero comodamente seguire la funzione religiosa.

Tali chiesette rupestri venivano edificate sul posto dove i cristiani lavoravano—nel nostro caso, proprio sulla balza sovrastante il porticciolo della rada – affinché essi potessero avere la comodità di pregare prima di iniziare la loro attività e al ritorno, per implorare l’assistenza divina durante il proprio lavoro o in ringraziamento dell’assistenza che avevano ricevuto durante la loro fatica, a volte in mezzo ai pericoli. E’ risaputo che i luoghi sacri dei primi cristiani non erano delle chiese megalomani

come sono le chiese e le persone moderne. La cattedrale greco ortodossa di Atene è quanto una stanza. E non più grande di una stanza è il sacello, l’oratorio di Santa Panagia, che doveva costituire una specie di santuario per la gente di mare di un passato molto remoto che operava in uno dei tratti di mare più pescosi.

Esso è scavato nella viva roccia con una profondità di quattro metri circa, altrettanto di larghezza e di circa tre metri di altezza. Sopra l’ingresso vi è anche una specie di piccola finestra o lucernario.

Non si nota alcuna traccia di incavatura dove potesse girare sui cardini una porta; si nota all’interno, in fondo, una specie di absidina o nicchia dove doveva trovarsi l’altare. Le piccole incavature che si rilevano dovevano probabilmente servire per le lumiere. Oggi non si riesce a vedere nessuna traccia di pitturazione muraria: o non vi sarà stato mai alcun dipinto o l’umidità l’avrà corroso radicalmente.

Vi si accedeva attraverso una scala scavata nella roccia di una quarantina di metri, ancora oggi in buona parte ben conservata: si poteva salire dalla radura e vi si poteva scendere dalla parte superiore, vicino a quella zona dove ora vediamo la stazioncina.

A metà scala vi è un piccolo pianerottolo: da questo si devia per andare al sacello.

Bisogna fare una trentina di metri; ma fare questi trenta metri è come attraversa un’intera giungla! Non vi è infatti alcuna traccia del sentiero che doveva esservi un tempo.

Ma si sa che i marinai si arrampicano come gatti su per le scale delle sartie per stendere o ripiegare le vele; figurarsi se non s’arrampicavano su per quell’erta sacra!

Alberi contorti, invece, e radici, sterpaglie varie, spine di roveti, sporcizie varie scoraggiano chiunque volesse andare a visitare la chiesetta rupestre, il santuario della madonna delle grazie, Santa Panagia! Ma una volta riusciti a penetrarvi, si ha il piacere di trovarsi dentro un posto incantevole: osservare, poi, da quel suggestivo belvedere sollevato a parecchi metri di altezza, in quel silenzio, in quella solitudine, la piccola radura e la distesa azzurra del mare, è uno spettacolo stupendo!

Arturo Messina