Privacy Policy HO QUASI 60 ANNI E NON SONO UN UOMO SERENO – I Fatti Siracusa

HO QUASI 60 ANNI E NON SONO UN UOMO SERENO

Marcello Marchesi era uno scrittore e un attore che all’inizio degli anni ’60 creò un personaggio letterario poi interpretato anche in tv: “Il signore di mezza età”. La sigla faceva più o meno: “Che bella età, la mezza età, tranquillità, serenità…”

(apro una parentesi, Marcello Marchesi era un genio assoluto. Sono sue alcune delle freddure più celebri tipo “anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”, “l’attimo è il tempo che passa fra quando scatta il verde al semaforo e il suono del clacson dell’auto dietro la tua”, chi muore giace chi vive fa un telegramma”.)

Ho quasi 60 anni. Sono un uomo di mezza età.
Alla mia età, nel 1984, mio padre aveva un figlio di 27 anni con un lavoro fisso (per quanto fisso possa essere il lavoro di giornalista), che si era appena sposato con una giovane donna che lavorava all’università di Catania.
Suo padre e sua madre erano morti da tempo.
Alla mia età mio padre era già in pensione e aveva davanti almeno 20 anni di una vita serena, in effetti poi sono stati molti di più (è morto a quasi 92 anni nel dicembre del 2015), e li ha trascorsi godendosi la famiglia, senza sostanziali problemi economici. Mia madre aveva tre anni meno di papà e insegnava alla ragioneria, l’avrebbe fatto fino a 70 anni. Ora ne ha 90.

Ho quasi 60 anni. Sono un uomo di mezza età ma serenità e tranquillità restano un sogno.
Ho due figli di 20 e quasi 18 anni, uno all’università (privata e prestigiosa e, quindi, costosa) in medicina a Milano, uno disabile al liceo a Roma. Una madre da accudire a distanza, da alcuni mesi ricoverata in una casa di riposo dopo che, alla morte di mio padre, la sua autonomia mentale prima che fisica, è andata velocemente deteriorandosi. Prima per alcuni anni avevo accompagnato, con una complessa organizzazione logistico-sanitaria, la lunga malattia di mio padre che lo aveva costretto a letto e a casa nell’ultima fase della sua vita.
Ho un bel lavoro, precario ma discretamente pagato. Mia moglie ha un lavoro fisso e malpagato dall’Università. Viviamo a Roma in affitto.
Per i prossimi 10 anni non potrò certamente andare in pensione, anzi dovrò cercare di mantenere alto il mio livello di reddito per far fronte alle spese che in prospettiva di medio termine non si andranno attenuando, semmai aumenteranno quando il secondogenito terminerà il liceo. Stesso discorso vale per mia moglie che ha 3 anni meno di me.

Ho scritto tutto questo certamente non per farmi commiserare. Appartengo sicuramente alla schiera dei fortunati, almeno dal punto di vista economico. La stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta è più povera di me.

Ma ho parlato di me come esempio generazionale. Appartengo infatti a quella fetta di italiani che hanno fatto i figli dopo aver studiato e aver iniziato a lavorare (quindi più verso i 40 che i 30) e che quindi sulla cinquantina li hanno ancora bambini o ragazzini con tutti i problemi annessi e connessi. Quando cresceranno li attende in molti casi il precariato e quindi essere mantenuti a lungo inevitabilmente dai genitori.
Fare i figli tardi, a carriera lavorativa avviata significa anche altre cose. Ad esempio che sovente non abiti più nella città dove sei cresciuto e dove vivono o tuoi genitori che quindi non ti possono aiutare ad allevarli. Ed avere una rete familiare quando hai figli piccoli incide in maniera decisiva sulla qualità della vita di una coppia.

E così la mia generazione inoltratasi nella cinquantina, a quel punto della vita quando vorresti tirare magari un po’ i remi in barca, si trova con i figli ancora da crescere ma anche con i genitori da accudire. Perché la generazione precedente alla mia si sta dimostrando straordinariamente longeva, rispetto solo a quella precedente. Mio padre è morto a 91 anni, suo padre a 73 l’altro mio nonno a 68. Mia madre ha 90 anni, sua madre è morta a 84, l’altra mia nonna a 79.
E sempre più spesso questa a questa longevità si accompagna un deterioramento delle funzioni cerebrali, demenza senile, Alzheimer, Parkinson. Per chi assiste questi vecchi, soprattutto se a loro è legato da un rapporto di affetto, vedere che padri e madri perdono ogni consapevolezza di se, ogni ragionevolezza, non ti riconoscono, vaneggiano credendo di vivere in un lontano passato, è uno strazio incredibile.
E ci si scopre deboli, intolleranti, spesso incapaci di affrontare con freddezza quei ragionamenti senza capo né coda, quei deliri in cui riprendono vita persone scomparse, quelle ripetizioni ossessive di domande, le mille telefonate per dire sempre la stessa cosa. E’ una fabbrica di sensi di colpa che si autoalimenta ogni giorno. Ed è tristissimo constatare come la medicina moderna sia riuscita a guarire quasi tutti i malanni del corpo ma si arrende dinanzi alla vecchiaia della mente.

E nonostante periodicamente leggiamo di un paese, il nostro, sempre più vecchio, di bambini che non nascono, non esiste praticamente un progetto del pubblico per gli anziani. Io mi chiedo: se un ultraottantenne non ha una famiglia in grado di supportarlo e assisterlo nel momento in cui perde l’autonomia o, peggio, perde il senno, la lucidità, cosa gli accade?

Non esistono programmi pubblici per una questione sociale che andrà nei prossimi anni ad assumere proporzioni enormi. Con una differenza. Oggi gli ottantenni non autosufficienti spesso hanno una pensione decente, che in alcuni casi può far fronte alle spese di una casa di riposo. Domani quando avranno (avremo) quell’età noi della pensione ritardata, calcolata con sistema contributivo, con mille euro al mese come vivremo? Certo, già oggi ci sono migliaia di persone che sopravvivono con la pensione minima fra mille stenti.
Domani ci saranno milioni e milioni di anziani con pensioni modeste e con figli che in moltissimi casi non usciranno mai dal precariato e che quindi non saranno in grado di aiutarli.

Noi cinquantenni/sessantenni, i nuovi “signori di mezza età”, classe dirigente in carica – affannati fra figli che studiano e genitori spesso non autosufficienti da gestire e lavoro da tenersi stretto con i denti – con una prospettiva di pensione che anziché avvicinarsi si allontana, perché la vita media si allunga, siamo una generazione condannata alla fatica e alle preoccupazioni e agli esaurimenti.
Come dice il poeta Ligabue: “Ci riposiamo solo dopo morti”.

Hasta los cinquantennos siempre
Joe Marchesi Strummer